Ponte Morandi, la memoria oltre la cronaca: il progetto-ricordo di giornalisti e fotografi

Otto anni dopo il crollo del Ponte Morandi, giornalisti e fotografi sono tornati su quella ferita per sottrarla al rischio dell’oblio. Non un’altra cronaca della tragedia, ma un racconto fatto di volti, storie, fotografie e memoria.

Ci sono notizie che finiscono sulle prime pagine. E poi ci sono fatti che, anche quando le prime pagine sono ormai ingiallite, continuano a chiedere di essere raccontati.

Il crollo del Ponte Morandi appartiene a questa seconda categoria. Il 14 agosto 2018 Genova si è trovata davanti a una tragedia che ha lasciato 43 vittime, famiglie spezzate e una ferita profonda nella città. A distanza di otto anni, il rischio non è soltanto dimenticare ciò che è accaduto. È dimenticare chi c’era dentro quella tragedia.

È questo il senso delle iniziative promosse dall’Ordine dei Giornalisti della Liguria e presentate a Palazzo Tursi lo scorso 13 agosto alla presenza dell’Arcivescovo, delle istituzioni civili locali, dei vertici regionali di Ordine e Associazione dei giornalisti, dei parenti delle vittime, riuniti nel Comitato Ricordo Vittime Ponte Morandi. Un momento sobrio, nel quale il racconto professionale della tragedia ha incontrato la memoria delle famiglie e della città.

Da una parte le storie delle 43 vittime, raccolte attraverso il lavoro di una trentina di giornalisti che hanno incontrato familiari e conoscenti. Dall’altra, oltre cento fotografie dei fotoreporter genovesi, per ripercorrere quei giorni attraverso le immagini del crollo, dei soccorsi e del dolore di Genova.

Il valore del progetto sta soprattutto qui: passare dal numero alla persona, dalla vittima alla vita.

Dire “43 vittime” è necessario per comprendere la dimensione della tragedia, ma non basta a restituirne il significato umano. Quelle 43 persone avevano un nome, una famiglia, un lavoro, passioni, progetti. Stavano attraversando un ponte dentro la normalità di una giornata qualunque, quando la loro vita è stata spezzata.

Per questo, otto anni dopo, tornare a quelle storie non significa ripetere una cronaca già conosciuta. Significa ascoltare ciò che il tempo rischia di cancellare.

Anche le fotografie svolgono un compito essenziale. Le immagini del ponte spezzato, delle macerie e dei soccorritori sono entrate nella memoria collettiva. Rivederle oggi significa trasformare quella documentazione in testimonianza: non soltanto “questo è successo”, ma “questo non deve essere dimenticato”.

Parole e immagini si incontrano così nello stesso compito: raccontare ciò che è accaduto senza permettere che il tempo cancelli le persone.

Dal prossimo ottobre, entrambi i progetti saranno ospitati negli spazi del Memoriale del Ponte Morandi. Potranno così parlare anche a chi quella tragedia non l’ha vissuta direttamente, alle generazioni che conosceranno il Morandi attraverso le fotografie, le testimonianze e le storie di chi c’era.

Il tempo passa, ma la memoria ha bisogno di essere custodita.

Il giornalismo, in questo caso, non aggiunge una nuova notizia: restituisce memoria a 43 vite. È questo, forse, il senso più profondo dell’iniziativa di giornalisti e fotografi liguri.