Formazione diocesana. Don Calabrese: «Riparare è chiedersi quale forma di Chiesa siamo chiamati a costruire oggi»

In vista dell’inizio, il prossimo 24 ottobre, della Formazione diocesana per tutti, Don Gianfranco Calabrese, vicario episcopale per l’annuncio del Vangelo e la missionarietà, che coordina la formazione, ha rilasciato un’intervista per il nostro giornale.

Don Gianfranco, da dove riparte questo terzo anno?
Ripartiamo da un invito che fa da titolo a tutto il percorso di quest’anno: “Va’ e ripara la mia casa”. È l’invito che Francesco di Assisi ricevette davanti al Crocifisso di San Damiano come chiamata a contribuire al rinnovamento della Chiesa e che Gesù rivolge oggi anche alle nostre comunità. Riparare significa tornare all’essenziale del Vangelo e chiedersi quale forma di Chiesa siamo chiamati a costruire nel nostro tempo. È il significato del Cammino sinodale e, per questo, ripartiamo contestualmente anche dal testo di “Radicati e costruiti in Cristo”, le linee di orientamento che la Conferenza Episcopale Italiana ci offre per attuare il Cammino Sinodale. Attraverso i cinque sabati, dunque, la nostra Diocesi vive una volta di più il respiro della Chiesa italiana, ne assimila i temi, li pone alla luce di S. Francesco, di cui ricorrono gli 800 anni dalla morte.

Come si sviluppa il percorso?
Ancora una volta, i cinque incontri possono contare su nomi di rilievo per la loro preparazione e competenza, nomi che magari la singola comunità non riuscirebbe a raggiungere. La Diocesi si mette proprio a servizio delle comunità parrocchiali, degli operatori pastorali, dei movimenti e delle associazioni per facilitare l’incontro con questi testimoni significativi. Grazie al loro contributo, prendendo le mosse da “Radicati e costruiti in Cristo”, i primi tre incontri affronteranno alcune dicotomie che spesso viviamo come cristiani: la separazione tra “Fede, cultura e culture”, nel primo incontro, tra “Parola, liturgia e carità”, nel secondo, tra “Persona e comunità”, nel terzo. I primi tre incontri andranno in cerca della riconciliazione tra tutti questi aspetti. E ciò richiede dei cambiamenti, implica almeno due conseguenze che vedremo negli ultimi due incontri: se sono credente, devo testimoniarlo nella quotidianità e negli ambienti di vita e devo diventare corresponsabile della Chiesa.

Al di là della partecipazione nelle otto sedi, un tema è la scarsa ricaduta degli incontri di formazione diocesana sulle singole comunità parrocchiali. Come affrontare questa criticità?
Prima di tutto vorrei ringraziare l’équipe sinodale diocesana e i facilitatori dei tavoli della conversazione nello Spirito per il grande lavoro che ogni anno affrontano a beneficio di tutta la comunità diocesana. Reso merito al loro servizio, sta a tutti noi, come diocesi e come singoli, fare uno sforzo in più. Come diocesi, quanto prima dopo ogni incontro metteremo a disposizione i materiali e il video di ogni incontro in modo che nelle parrocchie e nei gruppi, penso anche ai gruppi giovani, sia possibile replicare a stretto giro la formazione fatta nelle otto sedi. Alcune parrocchie hanno già sperimentato questo metodo nelle precedenti edizioni e il cerchio della partecipazione lì si è allargata, perché ascoltando e confrontandoti cogli la validità dei temi e l’opportunità di crescita. Come singoli, dobbiamo renderci conto che, se questa esperienza mi arricchisce a livello personale, non mi basta partecipare ma devo coinvolgere. Le cose belle infatti si condividono spontaneamente e Gesù ci ha chiesto di condividere la bellezza del Vangelo. È un ampliamento della partecipazione, quindi, che non risponde all’ansia dei grandi numeri ma a quell’annuncio che deriva dal comune battesimo e che ci rende, come dicevo, corresponsabili diretti della missionarietà.

L’intervista integrale è disponibile su Il Cittadino n. 29