Ponte Morandi, il punto di partenza per ricostruire la storia

Intervista all’Avvocato Raffaele Caruso

A margine della conferenza stampa tenuta giovedì 16 luglio al termine della lettura della sentenza del Tribunale Genova dal ‘Comitato Ricordo Vittime Ponte Morandi’ con i rispettivi legali ai Giardini Luzzati,abbiamo incontrato Raffaele Caruso, avvocato penalista, difensore del Comitato, e gli abbiamo posto alcune domande.

Avvocato Caruso, questa sentenza ha risposto alle domande del Comitato Ricordo Vittime Ponte Morandi?
Sostanzialmente sì. L’impostazione accusatoria era costruita attorno a una causa del crollo individuata nella corrosione che doveva essere presa in carico sin dagli anni Novanta dal gestore, ossia Società Autostrade, e dalla società a cui era demandata la sorveglianza, che era SPEA. Il controllo sulle attività del concessionario era in capo al Ministero. Inoltre venivano individuate responsabilità sia a livello centrale che territoriale a partire dal 1993, quando cioè viene individuata in maniera non più eludibile la “malattia” del ponte. Una malattia chiamata corrosione, che si manifesta con sintomi chiari e necessita di una terapia, per restare nella metafora. Una terapia radicale per una delle tre pile gemelle, la 11, i cui cavi interni agli stralli vengono sostituiti con cavi esterni. Sulla pila 10 vengono svolti esami che fanno emergere una problematica sempre nella parte sommitale dello strallo, ossia nella parte più alta dell’elemento diagonale della struttura del ponte. Qui la terapia è meno radicale, ma comunque significativa: vengono applicate delle enormi placche di acciaio che hanno la funzione di sostenere il tiraggio dei cavi. Sulla pila 9 invece non viene fatto nulla, non vengono nemmeno effettuati gli esami per capire se nella parte sommitale dello strallo ci fossero problemi. Qui ci troviamo di fronte ad una omissione inspiegabile che si trascina dal 1993 fino al 2018.
Confermando in larga parte l’impianto accusatorio, la sentenza ha di fatto risposto alle vostre aspettative?
Sì, perché leggendo i nomi delle persone condannate, capiamo che sono stati individuati responsabili sia al centro che nelle ramificazioni periferiche tra i dirigenti di ASPI, di SPEA e del Ministero, in un periodo che inizia proprio nel 1993: il Tribunale ha confermato la tesi di fondo secondo cui la malattia della pila 9 era prevedibile fin dal 1993.


La sentenza risponde alle aspettative anche per quanto riguarda le quantificazioni delle pene?
La quantificazione della pena è un dato secondario rispetto all’affermazione di responsabilità. Quando di fronte alla affermazione di responsabilità conseguono pene così significative vuol dire che queste responsabilità ci sono e sono gravi. E sono gravi perché evidentemente la prevedibilità era macroscopica. I genovesi, passando, hanno visto la pila 11 rovesciata con quei fili neri e la pila 9 completamente abbandonata. Che sulla pila 9 non sia stato fatto nulla è tanto inspiegabile quanto inaccettabile.
Dal punto di vista della ricostruzione delle cause, questa sentenza mette una parola definitiva sulla verità del crollo?
Credo di sì. Prima raccontavamo una storia ricostruita dalla Procura che noi abbiamo fatto nostra; adesso questo dibattito è rinforzato da una sentenza. La sentenza è l’espressione della giurisdizione, la cui radice è ius dicere, cioè “dire il diritto” su un fatto determinato. È il compito che le collettività affidano ai tribunali per evitare la guerra di tutti contro tutti e per arginare la vendetta. Nel mito greco dell’Orestea, la dea Atena si spende in un dialogo che trasforma le Erinni, portatrici di rabbia per il torto subito, in Eumenidi, ossia in forza di bene a protezione della città. Questo è il senso del processo: dire una parola di verità “convenzionale”, basata cioè su regole comuni.

Perché, nel caso specifico del Ponte Morandi, lei ritiene che si possa parlare di una responsabilità soggettiva chiara e non di responsabilità oggettiva?
In questo caso non ci sono dubbi che la responsabilità sia personalizzata perché abbiamo documenti che dicono che, dal 2009 in poi, l’amministratore delegato era specificamente a conoscenza delle criticità del ponte Morandi. Questa consapevolezza emerge dai verbali dei consigli di amministrazione, dove lui stesso ammetteva la necessità di un restauro radicale, simile a quello del 1993, ma decideva di aspettare. Questa dilazione dell’intervento è stata del tutto ingiustificata, specialmente a fronte di una prevedibilità dell’evento macroscopica che si trascinava da decenni. Non siamo dunque di fronte a una responsabilità oggettiva, ma a una chiara responsabilità colposa riconosciuta dal Tribunale.

L’intervista integrale su Il Cittadino n. 28