Chiesa e Mondo
Un anno di papa Leone. Tre parole per la Chiesa e il mondo
L’8 Maggio 2026 ha segnato il primo anno di pontificato di Robert Prevost, con il nome di Leone XIV. È apparsa subito chiara la profondità di pensiero e di discernimento che lo porta a scegliere con cura ma senza aggiustamenti le parole con cui custodire l’unità nella Chiesa e il dialogo con un mondo che brucia. Tra le tante parole significative ne abbiamo scelto tre – verità, pace, viaggio – e le abbiamo affidate alla riflessioni di tre testimoni: Gianfranco Calabrese, Vitaliy Tarasenko e Marco Ansaldo.
Verità
di Gianfranco Calabrese
Continuità con Papa Francesco, attenzione alla pace, centralità della sinodalità, ma anche uno stile personale, più riflessivo e profondamente radicato nella spiritualità di Sant’Agostino. È questa la chiave di lettura che emerge osservando il primo anno del nuovo pontificato. Fin dalle prime uscite pubbliche – dagli incontri con il clero di Roma alle udienze del mercoledì, fino agli Angelus – il Papa ha ripreso con continuità alcuni grandi temi già al centro del magistero di Francesco: la pace, il dialogo, la necessità di una Chiesa sinodale e capace di ascolto. Non come semplice ripetizione, però, ma attraverso una sensibilità personale ben riconoscibile.
A colpire è soprattutto il tratto agostiniano del suo linguaggio e della sua visione teologica. In Agostino, infatti, la verità non è mai soltanto un principio astratto o teorico: è una verità che si traduce nella vita concreta e nelle relazioni, diventando giustizia vissuta. Anche il Papa sembra muoversi in questa direzione, insistendo sul riferimento a Cristo come “via e vita”, ma insieme sul legame tra verità e giustizia, tra fede e responsabilità concreta nella storia. Un altro elemento che emerge con chiarezza è la sua personalità riflessiva. Ogni parola appare attentamente ponderata, mai improvvisata. Il fatto che prepari personalmente molti testi e curi con precisione le formulazioni mostra il desiderio di evitare ambiguità e soprattutto di non alimentare contrapposizioni. Proprio questo sembra essere uno degli aspetti più significativi del nuovo pontificato: la volontà di non entrare nelle polemiche, né dentro né fuori la Chiesa. In anni recenti, infatti, il dibattito ecclesiale è stato spesso letto attraverso categorie politiche – progressisti contro conservatori – che hanno finito per deformare anche il magistero di Francesco, nonostante lui stesso abbia sempre cercato di sottrarsi a queste semplificazioni.
Anche oggi si intravede il rischio di utilizzare il diverso stile del nuovo Papa per contrapporlo al predecessore o per rileggere in chiave riduttiva il pontificato di Francesco. Ma il suo atteggiamento sembra andare in direzione opposta: evitare strumentalizzazioni e richiamare continuamente la Chiesa a un clima di comunione, discernimento e ascolto dello Spirito Santo. In questo senso, il nuovo pontificato appare segnato da una continuità profonda nei contenuti, accompagnata da un linguaggio meditativo e pacato, che invita a disinnescare le contrapposizioni e a recuperare uno stile meno “armato”.
Vicario Episcopale per l’annuncio del Vangelo e la missionarietà
Pace
di Vitaliy Tarasenko
Credo che tutti ricordino la grande attesa della prima apparizione del nuovo Papa e le sue prime parole. Papa Leone XIV ha pronunciato con grande emozione: «La pace sia con voi». Nel contesto di guerra, per noi ucraini e per gli altri che cercano di vivere, pur essendo paralizzati dalla paura, la parola “pace” non è più un concetto astratto. La pace è diventata qualcosa che cerchiamo ogni mattina, appena apriamo gli occhi. «La pace sia con voi» è stata per noi come una luce di speranza. Non siamo soli. C’è Qualcuno che ci riempie di pace. Il Papa ci ha ricordato una cosa semplice e sconvolgente allo stesso tempo: quella pace, la pace di Cristo, non era destinata a persone tranquille, in una bella giornata di sole. Era per coloro che si erano chiusi in una stanza, paralizzati dalla paura e dal timore. Eravamo, e lo siamo ancora oggi, noi che viviamo il dramma della guerra.
Come comunità, abbiamo scelto di non arrenderci a ciò che non possiamo controllare. Ispirati dalle parole del Papa, abbiamo dedicato il nostro anno pastorale a una missione importante: la pace nel cuore. Sì, noi non possiamo far tacere i cannoni nelle zone di guerra. Ma possiamo – e dobbiamo – proteggere qualcosa di più fragile e più prezioso: il nostro cuore. Quello dei nostri figli. Quello di chi ci sta accanto. Perché la guerra dentro di noi – il risentimento, l’odio che si insinua, la voglia di smettere di credere nel bene – è quella che può davvero distruggerci, anche qui in un paese in pace. Resistere a questa guerra interiore non è debolezza.
È forse il gesto più coraggioso che possiamo compiere. Nel corso di quest’anno il Papa ha pregato per l’Ucraina, ha lavorato in silenzio per i nostri bambini deportati, ha chiesto per noi una «pace giusta». Ma soprattutto ci ha ricordato qualcosa che rischiamo di dimenticare sotto le sirene: che questa pace esiste già, è reale, abita in chi la accoglie. Non aspetta la fine dei conflitti per nascere. Nasce nel cuore, come il Risorto nasce dal sepolcro – là dove tutto sembrava finito. Credere questo, per noi, non è semplice, ma è importante per vivere nella pace.
Cappellano per la comunità Ucraina a Genova, Savona e Chiavari
dell’Esarcato apostolico per gli ucraini residenti in Italia di rito Bizantino
Viaggio
di Marco Ansaldo
Ricucitura, pacificazione, inclusione. I viaggi che Papa Leone XIV sta intraprendendo, a un anno esatto dalla sua elezione nel Conclave del maggio 2025, portano a più letture e hanno più significati. In un mondo ormai slabbrato, dove le normali dinamiche delle relazioni internazionali sono saltate e il passaggio alle vie di fatto sta diventando una pericolosa consuetudine, ecco che le parole e i chilometri percorsi da Robert Prevost vanno nella direzione di provare a ricucire gli strappi.
Trump, Putin, Netanyahu cominciano a percepire questo atteggiamento del nuovo Pontefice di Roma come un freno alle loro azioni. Ed è per questo che il confronto in atto, sviluppato in modi e approcci diversi, fra Washington, Mosca, Gerusalemme con la Città del Vaticano, ha più il sapore di uno scontro vero e proprio. Ricucire non è perciò facile, Leone lo sa e lo sta sperimentando. Al tempo stesso la sua azione di pacificazione, già sviluppata all’interno della Santa Sede, gli serve però per portare la sua proposta anche all’esterno. L’ulteriore progetto di inclusione ecumenica, già avanzato da Papa Francesco sia con il mondo ortodosso (vedi il piano antico e finora mai realizzato per il viaggio di un Papa a Mosca) sia con il mondo ebraico, soffre di evidenti difficoltà. Eppure l’intento di Prevost è quello di perseguire questa missione. Un viaggio globale, dunque, misurabile non solo in chilometri, ma in una missione più alta che diventa, soprattutto, spirituale.
Giornalista, analista geopolitico, già vaticanista,
Presidente del Mu.MA – Istituzione Musei del Mare e delle Migrazioni
