Chiesa e Mondo
Alberto e Carlo, amicizia via di santità
La causa di beatificazione dei due giovani genovesi entra nella fase romana
“La chiave più originale della loro Causa è una santità di comunione, una santità generata reciprocamente” dichiara Waldery Hilgeman, il postulatore della causa. E aggiunge: “La presenza di Gesù tra di loro non è un linguaggio spirituale astratto. Diventa il modo concreto di affrontare la vita, il dolore, il servizio al prossimo, perfino la morte”. Quello di Carlo Grisolia e Alberto Michelotti è un caso raro nella storia delle cause di beatificazione, in cui l’amicizia stessa viene considerata una via verso la santità. In una lettera riportata in diverse testimonianze Alberto scriveva: “Carlo, aiutami sempre a vivere la mia libertà… sono pronto a dare la vita per te.” Non sembra forse che un’amicizia così nasca direttamente dal Vangelo? “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Giovanni 15,13).
Per chi non conoscesse la loro storia, Carlo e Alberto erano due giovani ragazzi genovesi appartenenti al Movimento dei Focolari che, nella loro vita quotidiana, cercavano di vivere concretamente l’ideale di Chiara Lubich. Anche nella morte si manifesta il legame profondissimo che li univa: Alberto, a soli 22 anni, muore nell’agosto del 1980 in un incidente in montagna; 40 giorni dopo, a 20 anni, Carlo lo seguirà a causa di un tumore molto aggressivo. La loro storia è raccontata nel libro “Il tuffo in Dio, i 40 giorni di Carlo e Alberto” di Michele Zanzucchi (Edizione Città Nuova, 2005). Poco più di una settimana fa, il 4 maggio 2026, si compie un passaggio importante nel cammino della loro causa di beatificazione. Ripercorriamo i passi che ci hanno portato qui.
Il 25 settembre 2008 segna l’apertura ufficiale dell’inchiesta diocesana, cioè il momento in cui parte formalmente la raccolta strutturata di testimonianze, documenti e scritti sulla loro vita. La causa diocesana si conclude nel 2021, a fine anno, e nel 2022 gli atti vengono inviati a Roma al Dicastero delle Cause dei Santi. “Dopo questa fase c’è stato un rallentamento – racconta Tommaso Danovaro, oggi presidente del comitato della causa – fino a che il vescovo di Genova, padre Marco Tasca, in occasione degli auguri di Natale del 2025 a una rappresentanza del Movimento dei Focolari di Genova, ha mandato un forte invito a ricominciare. Da quel momento sembra che tutto abbia ripreso a muoversi: un rinnovato impegno del Comitato, il sostegno concreto di tanti amici, mentre il postulatore Waldery Hilgeman, già impegnato in cause molto grandi come quelle di Chiara Lubich, Igino Giordani, Dorothy Day o Julius Nyerere, si è offerto di seguire gratuitamente anche la loro”. Nel frattempo, si è aperta ufficialmente la fase romana. Lunedì 4 maggio 2026, a Roma, sono stati aperti i plichi contenenti tutto il materiale raccolto negli anni: testimonianze, lettere, temi scolastici, appunti di diario e biglietti che i due amici si scambiavano. “In quelle carte – spiega Danovaro -c’è la vita di Carlo e Alberto che vogliamo custodire e raccontare. Ora il materiale verrà ordinato, rilegato e verificato dal punto di vista giuridico. Successivamente verrà preparata la ‘Positio’, un documento che raccoglie e ricostruisce la loro vita attraverso ogni testimonianza e ogni scritto. Sarà poi studiata da teologi e vescovi, chiamati a valutare se Carlo e Alberto abbiano vissuto il Vangelo in modo eroico. Se tutti i passaggi avranno esito positivo, sarà il papa a riconoscere ufficialmente l’eroicità delle loro virtù”.
Waldery Hilgeman, alla domanda: “Cosa hai visto in Carlo e Alberto?”, risponde: “Alberto e Carlo mostrano qualcosa di diverso. E forse oggi persino urgente. Non sono fondatori. Non sono grandi teologi. Non hanno avuto ruoli pubblici nella Chiesa. Erano due ragazzi normalissimi. Università, autobus, servizio militare, montagne, amicizie, fragilità, entusiasmo, paure. Eppure, proprio lì accade qualcosa di profondissimo: il Vangelo diventa relazione vissuta. Credo che la loro Causa renda particolarmente visibile ciò che Papa Francesco ha definito “la dimensione comunitaria della santità”. La santità, infatti, non è soltanto un’esperienza individuale: può nascere e maturare anche dentro una comunione vissuta. E Alberto e Carlo sembrano quasi una incarnazione concreta di questa intuizione. Loro non diventano santi “da soli”. La loro santità nasce dentro una comunione vissuta.”
