Una scelta profetica

Perchè un Papa dedica la sua prima enciclica all’Intelligenza Artificiale?

In questi giorni il dibattito pubblico ha posto una domanda netta e non banale: in un’Europa segnata da chiese svuotate, fede più fragile e comunità più esposte alla dispersione, ha davvero senso che un Papa dedichi la sua prima enciclica al tema dell’Intelligenza Artificiale? È una domanda seria. E proprio per questo merita una riflessione che vada oltre la polemica. Una chiesa svuotata non è un semplice dato statistico: è una ferita spirituale. Significa meno vita sacramentale, meno comunità, meno trasmissione della fede, meno donne e uomini che riconoscono nella Chiesa un luogo in cui la propria vita può essere orientata a Dio. Ma proprio qui credo si apra un equivoco profondo. Perché se “chiese vuote” può essere una constatazione, diventa però una resa culturale quando si trasforma nel metro ultimo con cui giudicare la missione della Chiesa.

La Chiesa non è mai stata forte perché riempiva spazi. Altrimenti il cristianesimo sarebbe nato nei palazzi del potere, non attorno a una croce. Misurare la vitalità della Chiesa contando presenze, come si misurano consenso, audience o traffico, significa accettare esattamente la logica del tempo che si vorrebbe criticare: quella per cui vale ciò che pesa, ciò che cresce, ciò che si impone, ciò che si vede. Ma il cristianesimo ha introdotto nella storia una rottura radicale proprio contro questa idea. Cristo ha scandalizzato il mondo quando ha detto che una persona vale infinitamente più della massa. Ha introdotto nella storia il principio che la dignità non dipende dalla forza, dalla salute, dal ruolo o dalla produttività. Che il povero non vale meno del potente, che la fragilità non diminuisce il valore di una vita, che né l’età, né la malattia, né la condizione sociale possono stabilire gerarchie tra gli esseri umani. E che perfino chi viene scartato dal mondo conserva una dignità che nessun potere, nessuno Stato e nessuna tecnica possono concedere o revocare. Perché questa non è soltanto una visione morale. È una visione teologica. Per il cristianesimo l’uomo non vale perché utile, forte o performante. Vale perché creatura. Perché la sua dignità non nasce da ciò che produce, ma dal fatto di essere voluto, amato e chiamato a una relazione che precede ogni potere umano: quella con Dio. Se la Chiesa cominciasse a leggere sé stessa con il criterio del riempimento, della forza numerica o della competizione religiosa, avrebbe già interiorizzato la grammatica della modernità disumanizzante. Sarebbe già sconfitta. Se la domanda è: esistono chiese vuote? Esistono. Sarebbe ipocrita negarlo. Le chiese possono svuotarsi. Ma, prima ancora, può svuotarsi qualcosa nell’uomo. Perché, prima delle chiese, in molti casi si è consumato uno svuotamento più profondo: si è indebolita la qualità delle relazioni, il tempo interiore, la capacità di silenzio, la profondità del legame umano. Si è affievolita perfino la coscienza del limite, e con essa quella verità essenziale per cui la vita non coincide con ciò che produce, consuma o performa.
Ed è qui che la riflessione sull’Intelligenza Artificiale non appare affatto periferica. Non si tratta di fare della macchina il centro della questione, né di pensare la tecnica come un male in sé. Il punto è che l’IA rende più visibile, accelera e radicalizza una traiettoria che la precede: una civiltà che da tempo tende a leggere l’uomo attraverso categorie di misurazione, efficienza, previsione, controllo e ottimizzazione. L’algoritmo non ha creato da solo questa trasformazione. Ma l’ha resa più pervasiva, più potente, più quotidiana. Per anni abbiamo accettato, spesso quasi senza accorgercene, che una relazione potesse ridursi a connessione, che il giudizio fosse tradotto in metrica e, più in profondità, che il valore finisse per confondersi con la sola prestazione. L’Intelligenza Artificiale è uno dei punti in cui questa traiettoria diventa più evidente. Per questo è difficile sostenere che la Chiesa dovrebbe tacere.
Leone XIII comprese che la rivoluzione industriale non stava cambiando soltanto fabbriche e salari: stava ridefinendo il posto dell’uomo nella società. Rerum Novarum fu profetica non perché intervenne su un tema economico, ma perché comprese che dietro l’economia era in gioco una visione dell’uomo. Forse qui sta anche il significato più profondo del richiamo a Leone. Se Leone XIII parlò alla rivoluzione industriale, un Papa Leone che interroga l’Intelligenza Artificiale parla a una rivoluzione diversa ma non meno radicale: quella cognitiva, algoritmica, biotecnologica, nella quale torna a essere in discussione il confine tra potere, limite, libertà e dignità umana. Se ieri il rischio era ridurre l’uomo a forza-lavoro o a ingranaggio ideologico, oggi il rischio è ridurlo a dato, funzione, prestazione, profilo predittivo. E qui la questione smette di essere soltanto sociale o politica. Diventa profondamente cristiana. Il cristianesimo non annuncia un Dio lontano, ma una presenza che entra nella storia e nell’umano. “Il Verbo si fece carne”: in questa affermazione si trova forse una delle rotture più profonde del pensiero cristiano. Dio non incontra l’uomo fuori dalla fragilità, ma dentro il limite, il tempo e la concretezza della vita.
Per questo, quando una trasformazione storica ridefinisce il lavoro, la libertà, la coscienza, i legami e perfino il modo in cui l’uomo comprende sé stesso, la Chiesa non tradisce il proprio compito se la interroga. Tocca uno dei luoghi in cui la domanda su Dio passa attraverso la custodia dell’umano. E questo non tocca soltanto la vita sociale. Tocca un punto più profondo del pensiero cristiano. Perché il cristianesimo non guarda all’uomo come semplice individuo biologico, né come puro soggetto economico o tecnico. Lo guarda come persona, come creatura, come libertà incarnata, come essere capace di responsabilità, relazione e trascendenza.
Quando una civiltà comincia a pensare che il valore umano possa essere misurato dalla capacità cognitiva, dalla produttività, dalla potenza biologica, dalla longevità o da criteri di ottimizzazione, non si sta solo deformando un ordine sociale. Si sta alterando una visione dell’uomo che tocca direttamente anche il rapporto con Dio, con il limite, con la libertà e con l’idea stessa di creatura. E questo oggi non è un tema astratto. In molte parti del mondo, dentro regimi autoritari ma talvolta anche dentro democrazie avanzate, si affacciano modelli nei quali la tecnologia rischia di essere pensata non per custodire ugualmente ogni vita, ma per selezionare, controllare, rafforzare diseguaglianze e concentrare vantaggi in pochi. Neurotecnologie, automazione cognitiva, robotica avanzata, biotecnologie, potenziamento umano: non sono scenari remoti. Sono il prolungamento della stessa domanda.
La tecnica servirà l’uomo o inizierà a gerarchizzare il valore delle vite? Per un pensiero cristiano questa non è una questione laterale. Perché il Vangelo ha spezzato nella storia proprio l’idea che esistano vite più degne e vite meno degne. Più utili e meno utili. Più piene e più sacrificabili.
Se oggi alcune visioni tecnologiche tendono -esplicitamente o implicitamente – verso una civiltà del potenziamento di alcuni, della longevità di pochi, dell’ottimizzazione dei forti e della marginalizzazione dei fragili, allora non siamo davanti a un semplice dibattito tecnico. Siamo davanti a una domanda che tocca il cuore cristiano dell’Incarnazione: che cosa significa custodire la dignità di ogni vita umana, proprio perché ogni vita è finita, vulnerabile, irripetibile e non riducibile a funzione?
Per questo non vedo in una riflessione di Papa Leone sull’Intelligenza Artificiale una fuga dal sacro. Vedo, semmai, una possibile continuità con la parte più profetica della tradizione cristiana: parlare quando la storia tocca la dignità dell’uomo, perché per la Chiesa la difesa dell’uomo non è mai separabile dalla verità su Dio. Una Chiesa che ignorasse queste trasformazioni forse parlerebbe ancora di Dio. Ma rischierebbe di non vedere più l’uomo concreto dentro il tempo in cui Dio continua a chiamarlo.

*Senatore della Repubblica.
Autore de “Il secolo dell’IA. Capire l’intelligenza artificiale,decidere il futuro” (Il Mulino, 2025)