Continuiamo a restare umani

(Foto: Music for Peace)

Fino al 14 giugno il Che Festival di Music for Peace

Dal 1 al 14 giugno torna il Che Festival di Music for Peace, a Sampierdarena in via Belleydier. Abbiamo a chiesto al suo fondatore, Stefano Rebora, com’è nato questo appuntamento e a che punto sono le missioni internazionali, l’impegno per Gaza che il 30 agosto mobilitò a Genova decine di migliaia di persone e raccolse 500 tonnellate di beni alimentari.
Quali messaggi può passare un festival alla città, fin nelle sue componenti più indifferenti, fragili o spaesate, di fronte a un mondo sempre più spaventoso?
Il Che Festival nasce da un’idea semplice: la cultura senza un biglietto d’ingresso. Portare generi di prima necessità è il biglietto, ed è l’unico festival in Europa che funziona così. Se vogliamo un cambiamento profondo deve partire da un’idea condivisa da tanta gente diversa. Per questo al festival trovi realtà che di solito non si parlano: associazioni, cittadini, persone fragili, studenti, anziani. Il nostro motto è “divertire e comunicare”. La gente dopo 8-10 ore di lavoro ha bisogno di svagarsi. Noi offriamo musica, spettacolo, convivialità, senza farli smettere di pensare. Ogni persona che entra sa perché è qui.

Papa Francesco e Papa Leone vengono presi a riferimento anche da non credenti e da altre religioni, quando sono una voce di resistenza globale sui temi della pace e del disarmo, o contro le oligarchie dell’intelligenza artificiale. Come vedi il ruolo della nostra diocesi e le collaborazioni in atto in questo momento storico?
La diocesi per noi è importante da sempre, con collaborazioni sia sul territorio che all’estero. Qui a Genova ci occupiamo degli amici di strada e delle famiglie in difficoltà, situazioni che spesso ci vengono segnalate proprio dalle parrocchie. È un lavoro che facciamo insieme giorno per giorno. Non mi interessa difendere le istituzioni in quanto tali. Ritengo che le persone che le compongono debbano essere umane, presenti, credibili. Quando questo succede, allora il lavoro insieme è possibile e dà frutto. In questo senso Monsignor Tasca è un Vescovo umano, presente, che non perde mai il contatto con la realtà delle persone, e questo facilita molto. A mio avviso la Chiesa deve essere proprio questo: presenza in mezzo alle persone, condivisione, fratellanza e reciprocità. Il Papa, in questo momento, è una di quelle persone che prova a parlare alla coscienza di tutti, non solo ai cattolici. Sul tema dell’IA è stato rilevante portare il discorso sul piano umano. Se l’IA serve solo ad aumentare il potere, il profitto, il controllo, allora diventa un’altra arma. Se invece viene usata per ridurre le disuguaglianze, per dare voce a chi non ce l’ha, per curare e proteggere, allora diventa strumento di pace.

L’intervista integrale su Il Cittadino n. 21