C’è ancora una «zona rossa» per i popoli poveri

(Foto di Andrea Leoni)

25 anni dopo il G8 continuano fame, guerre, crisi climatiche, inequità

La «zona rossa» non è scomparsa, si è trasformata. 25 anni fa abbiamo visto delimitare la nostra città con grate e posti di blocco: oggi questi confini fisici sono un sistema economico, finanziario, tecnologico e ideologico che concentra potere, conoscenza e ricchezza in poche mani. L’1% più ricco della popolazione mondiale possiede più ricchezza dell’intero 99% restante.
Il G8 2001 fu un momento tristemente importante della nostra storia, ci insegnò che facciamo parte di quella porzione del mondo governato da chi non ha scrupoli nel difendere i propri privilegi, sia quando nascostamente sosteniamo governi fantocci di paesi dal sistema democratico debole, sia quando spudoratamente vengono infrante le leggi di diritto ed è così che si spiega quanto avvenuto nella caserma di Bolzaneto e nella scuola Diaz: la degenerazione di un servizio allo Stato ai cui antipodi sta il sacrificio di tanti magistrati e componenti delle forze dell’ordine che, nella storia del nostro Paese, hanno dato la vita per una società più giusta e libera.
La Chiesa genovese non rimase a guardare: preparò quell’appuntamento con il G8 con serietà e i vescovi liguri, guidati dal cardinale Tettamanzi, chiesero con forza di orientare la globalizzazione al bene comune: “Perché e come coinvolgerci – chiese Tettamanzi ai giovani incontrati al Carlo Felice il 7 luglio 2001 – con la nostra libertà e responsabilità? Due fatti emergono, in particolare. Il primo è che i popoli “poveri” del mondo – le prime “vittime” di una certa globalizzazione – sono anche i popoli “giovani”: la maggioranza dei giovani della terra! Il secondo: proprio i giovani sono i costruttori del mondo nei prossimi decenni, in questo nuovo secolo del terzo millennio!”.

L’articolo integrale su Il Cittadino n. 27