Comunità diocesana
La guerra non è mai lontana. Chiesa di Genova, memoria e impegno per la pace
A GENOVA IL PROSSIMO INCONTRO INTERNAZIONALE DI PREGHIERA PER LA PACE, NELL’AUTUNNO 2027
Uno dei dettagli che resta più impresso ai visitatori, dopo una visita nella Cattedrale di Genova, è la bomba esposta nella navata destra, che durante la seconda guerra mondiale sfondò un muro della chiesa nel corso della Messa senza esplodere, permettendo a tutti i fedeli di rimanere illesi. Quella reliquia, così come i segni rimasti in altre chiese della nostra Diocesi, ci ricorda che la guerra non è lontana, ma fa parte della storia della nostra città e della nostra comunità ecclesiale. E anche se i testimoni delle vicende dolorose del Novecento stanno scomparendo, le ferite impresse nelle pietre della città ancora stanno lì, a ricordarci la follia distruttiva della violenza degli uomini, mentre la guerra torna ad essere riabilitata come strumento politico e di risoluzione delle controversie internazionali.
Per questo è una buona notizia per tutta la città quella che l’Arcivescovo Marco Tasca ha annunciato martedì scorso ad Assisi: Genova ospiterà nel 2027 l’incontro interreligioso di preghiera per la pace. Come viene spiegato più diffusamente nelle pagine del giornale, fu papa Giovanni Paolo che nel 1986 per la prima volta ebbe l’intuizione di radunare i leader delle religioni ad Assisi per pregare per la riconciliazione tra i popoli. Da allora, ogni anno la Comunità di Sant’Egidio ripete l’evento in una diversa città europea coinvolgendo uomini di fede, laici, intellettuali, testimoni dalle regioni in guerra per non far spegnere quello che è stato chiamato lo “Spirito di Assisi” e per affermare la rilevanza del dialogo e del negoziato in un mondo in cui sembra prevalere solo la logica della prepotenza e della prevaricazione.
La Chiesa genovese nel Novecento non è mai stata indifferente di fronte alla sofferenza degli uomini e mai “neutrale” di fronte alla condanna dell’inutile strage della guerra. Pensiamo al cardinale Pietro Boetto, che seppe guardare il secondo conflitto mondiale dalla prospettiva delle vittime, dei poveri, di chi aveva perso la casa, degli ebrei in fuga e che spese la sua autorevolezza per interpretare un ruolo decisivo nella mediazione tra partigiani e nazisti in fuga e limitare i danni alla città. Ancora oggi, ha spiegato l’Arcivescovo Tasca, di fronte a un mondo in guerra occorre “trasformare le nostre comunità in luoghi di accoglienza, fraternità e speranza” e “fare della nostra città un crocevia di incontro, ascolto e preghiera”.
Esiste una sensibilità profonda tra la nostra gente sul tema della pace, ma occorre far scoppiare la bolla in cui tutti ci muoviamo per toccare con mano il dolore delle guerre di oggi e la paura delle persone. “Il contrario della pace non è la guerra ma l’egoismo” ha detto una volta il saggio arcivescovo greco Anastasio di Albania: e la lotta contro la guerra comincia contrastando l’individualismo che inquina le nostre comunità, aprendo le finestre sul mondo, incontrando, conoscendo gli altri. Guardando, come ci ha insegnato il Concilio “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono”. Aprire le porte della città a decine di cercatori di pace di ogni fede e di ogni cultura può essere un primo passo: non è forse anche questa la vocazione di una città-porto?