EDITORIALE – Milano. Condannare la violenza, ascoltare il disagio

NESSUN DISAGIO CONCEDE IL DIRITTO DI FERIRE. MA PER RACCONTARE LA REALTÀ NELLA QUALE VIVIAMO NON È SUFFICIENTE FERMARSI QUI.

Mi perdonerà Michele Serra, ho appena finito di leggere il suo editoriale su Repubblica di oggi (martedì 17, ndr), se attacco questo pezzo scrivendo che le vetrine si riparano, ma la fiducia richiede più tempo. E se scrivo che, dopo gli scontri del 17 e 18 ottobre nel centro di Milano, servono parole nette e serve porsi domande serie. Lanciare pietre contro gli agenti, incendiare, saccheggiare non è certo il modo migliore per rivendicare diritti. Nessun disagio concede il diritto di ferire. Ma per raccontare la realtà nella quale viviamo non è sufficiente fermarsi qui. La violenza è violenza sempre. E condannare non esaurisce certo il compito della politica. Occorre andare più a fondo. Per comprendere. Proviamoci, allora.
La manifestazione di Milano era stata convocata contro il carovita, gli stipendi bassi, le difficoltà della scuola e della sanità pubblica. Le responsabilità di chi ha commesso reati vanno accertate. Le richieste di chi protesta pacificamente vanno ascoltate. Confondere questi piani significa lasciare che siano proprio i violenti a decidere di che cosa possiamo discutere. Non sappiamo quanto le ragioni della protesta coincidano con le motivazioni di chi ha assaltato i negozi. Sarebbe sbagliato trasformare ogni saccheggio in una rivolta sociale. Ma sarebbe altrettanto sbagliato usare quei saccheggi per liquidare la fatica di chi non arriva a fine mese. A settembre, secondo l’Istat, l’inflazione ha raggiunto il 4,2% annuo. Nel terzo trimestre l’aumento dei prezzi ha pesato di più sulle famiglie con minore capacità di spesa: il 4,4%, contro il 2,9% delle più agiate. Le disuguaglianze hanno anche questa misura.
La Costituzione offre una direzione precisa. L’articolo 3 afferma l’uguaglianza davanti alla legge. Poi assegna alla Repubblica il compito di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale» che impediscono libertà, uguaglianza e pieno sviluppo della persona. Quel secondo comma chiede di intervenire sulle condizioni di partenza. Perché un diritto scritto diventi una possibilità concreta anche per chi nasce in una famiglia povera.
La scuola è il primo luogo in cui mantenere questa promessa. Servono insegnanti, tempo educativo, sostegno a chi rischia di abbandonare gli studi. Servono formazione e accesso a un lavoro dignitoso. E, nei quartieri, educatori, servizi sociali, consultori, spazi sportivi e culturali accessibili. Oratori e associazioni possono costruire legami, intercettare solitudini, affiancare famiglie in difficoltà. Le istituzioni devono sostenerli, senza scaricare sul volontariato le proprie responsabilità. E per garantire la convivenza, serve inclusione. E su questo, con Serra, sono in sintonia. L’inclusione non è demagogia, ma prassi.
Sono interventi che richiedono continuità, risorse e verifica dei risultati. Non possono cominciare soltanto quando una piazza brucia. E non cancellano il dovere di prevenire i reati, proteggere i cittadini, perseguire chi usa violenza. Rendono però più credibile la presenza dello Stato, soprattutto quando non indossa una divisa.
Le nostre responsabilità, allora, partono dall’ascolto. E dall’ostinazione nel proporre modelli che accorcino le distanze, le disuguaglianze, le disfunzioni. Sono tempi severi, servono buoni esempi.

Stefano Lampertico
Direttore di Scarp de’ tenis – Milano