Comunità diocesana
Riparare le relazioni nelle culture di oggi
Mons. Calogero Marino affronterà il tema “Fede, cultura e culture” al primo incontro di formazione diocesana sabato 24 ottobre
“Va’ e ripara la mia casa”. L’invito che Cristo rivolse a Francesco in preghiera di fronte al Crocifisso di San Damiamo risuona a Genova, a partire dal 24 ottobre, per cinque appuntamenti, sempre al sabato, fra ottobre e aprile. Non come un’eco, ma come una domanda rivolta a tutte e tutti.
“Va’ e ripara la mia casa” è infatti il tema del percorso formativo diocesano che, incarnandosi nel documento di sintesi del cammino sinodale delle Chiese in Italia, desidera porre al centro di una riflessione di popolo domande aperte: come può il Vangelo parlare ancora alla vita e ricostruire relazioni per radicare nella speranza?
La prima relazione, sul tema “Fede, cultura e culture” è affidata a mons. Calogero Marino, vescovo di Savona-Noli: l’appuntamento è sabato 24 ottobre.
Mons. Marino, cosa è più urgente riparare oggi?
Restando nel solco dell’espressione rivolta a Francesco, la cosa più urgente da riparare è la casa, ma vorrei leggere però la parola “casa” in più direzioni. Credo che innanzitutto sia importante riparare la casa interiore, la casa che siamo ciascuno di noi. Spesso la vita dell’uomo oggi è una vita dispersa, sfilacciata; è una vita senza un centro, senza un orientamento, senza una direzione. Allora la prima casa da riparare è la casa che sono io, la casa che siamo noi. Poi, certo, credo anche che ci sia da riparare la casa comune, per usare il linguaggio di Francesco e della Laudato si’. La casa comune che è il pianeta, la casa segnata dall’inquinamento, dall’abbrutimento per causa dell’uomo… appunto, la conversione ecologica alla quale le parole di Francesco ci chiamano. Ma poi anche: riparare la casa comune vuol dire riparare le relazioni tra i popoli, tra le persone, in un contesto di nuovo, anche qui, sfilacciato. Il multilateralismo su cui si è retto nei decenni scorsi l’equilibrio internazionale è oggi sostituito dalla logica della forza, dalla guerra, che sembra diventata strumento normale di relazione tra le persone. Terzo — ed è, credo, quello su cui ci fermeremo a Genova — riparare la casa che è la Chiesa, la casa che è la comunità dei discepoli.
Quindi questi tre aspetti: la casa è importante ripararla, ma tenendo un’accezione ampia, appunto, del sostantivo “casa”: la nostra vita personale, la nostra identità di umani (stiamo smarrendo l’essere umani); la casa che è la casa comune: il pianeta, il contesto internazionale; la casa che è la Chiesa, che è la parola che Francesco accoglie per primo dal Signore quando riceve quella chiamata.
Per facilitare la partecipazione ci saranno otto diverse sedi collegate in streaming. Il metodo di lavoro sarà ogni volta sempre lo stesso. L’appuntamento è alle 9. Ogni incontro sarà introdotto dall’Arcivescovo, cui seguirà l’intervento di un relatore o relatrice. Al termine inizierà la riflessione nei tavoli secondo lo stile della conversazione nello Spirito. Quanto è importante questa metodologia di lavoro imparata nel Sinodo?
Io apprezzo molto la metodologia con cui negli ultimi due anni ha lavorato la Diocesi di Genova, anche per una ragione che mi pare molto bella: il lavoro in presenza. Io parlerò in Cattedrale, ma ci saranno altri luoghi nella Diocesi in cui la gente si raccoglierà, ascolterà via streaming la mia riflessione e poi in presenza si dividerà per tavoli, ascolterà e vivrà poi la conversazione spirituale. Questa contemporaneità della presenza mi sembra particolarmente significativa, perché l’alternativa poteva essere il lavoro personale o in parrocchia, magari la settimana successiva; invece lavorare tutti insieme nello stesso tempo, anche se in luoghi diversi, a me sembra particolarmente significativo. Così come mi sembra importante che lo stile sia quello della conversazione spirituale. È certamente un’eredità del Sinodo, ma non solo del cammino sinodale italiano, anche del Sinodo della Chiesa universale. Una eredità preziosa confermata tra l’altro e approvata anche formalmente da Papa Francesco. È uno stile che, mi pare, ha per obiettivo quello di porci in ascolto dello Spirito che dà parola a tutti. Quindi non è un lavoro di gruppo, non è un dibattito, non è una discussione: è permettere allo Spirito di risuonare, di lavorare dentro di noi, affinché poi nel lavoro del piccolo gruppo, del piccolo tavolo, ciascuno esprima la propria risonanza nell’ascolto delle risonanze degli altri. E questo reciproco ascolto fa poi arrivare al terzo passo, che è quello di individuare un percorso comune. Mi pare un metodo molto bello, che in qualche modo si rifà anche alla tradizione ignaziana degli Esercizi Spirituali.
L’intervista integrale su Il Cittadino n. 35