La parola

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Il commento alla seconda lettura della Liturgia della Parola

In modo originale, Luca descrive nel suo vangelo la chiamata dei primi discepoli: mentre Matteo e Marco collocano l'episodio subito dopo le tentazioni nel deserto e l'inizio della predicazione di Gesù in Galilea (cfr. Mt 4,18-22; Mc1,16-20), il terzo evangelista ha già mostrato Gesù all'opera, nei miracoli compiuti a Cafarnao e inserisce l'evento della chiamata nella cornice di una pesca miracolosa, che ha un possibile parallelo in Gv 21, nella terza manifestazione del Risorto ad un gruppo di discepoli.

Continua, in questa domenica, il racconto di Luca incentrato sul solenne inizio del ministero messianico di Gesù, consacrato nello Spirito, racconto ambientato nella sinagoga di Nazareth: dopo l'inatteso annuncio del compimento 'oggi' della parola profetica, abbiamo davanti agli occhi la reazione dei concittadini di Gesù, che improvvisamente trapassa dallo stupore di fronte alle sue parole allo scandalo, all'ostilità, al rifiuto violento.

Il brano evangelico proposto alla nostra riflessione, è evidentemente composto da due parti distinte: si tratta del prologo che Luca colloca all'inizio del suo scritto (1,1-4) e dell'inaugurazione solenne del ministero pubblico di Gesù, con la sua predicazione nella sinagoga di Nazaret (4,16-30: noi leggiamo solo l'inizio del drammatico racconto).

Il miracolo dell'acqua tramutata in vino, buono e abbondante, è considerato da Gio-vanni come momento di rivelazione: è il primo dei segni, primo non solo in senso cronologico, ma come tipo, come radice e significato di tutti i segni che Gesù compirà. Per il quarto evangelista, i miracoli sono appunto segni, gesti che racchiudono un mistero e svelano la sua gloria di Cristo, Verbo incarnato.

Non poteva mancare alla nostra meditazione di Avvento l'incontro con Maria di Nazaret. Tutto l'Avvento parla di lei, dei nove mesi di gestazione, di attesa silenziosa, di trasformazione interiore e non solo corporea per prepararsi ad accogliere dentro di sé e dare alla luce per il mondo il Figlio di Dio Gesù. San Luca, attento osservatore della Madre di Dio, eco fedele dei suoi sentimenti più intimi, rispetto all'evangelista Marco aggiunge i primi due capitoli del suo Vangelo, chiamati 'Vangeli dell'infanzia'.

Gesù viene: è l'Avvento del Signore, il suo arrivo promesso, desiderato e ora vicino. L'evento più straordinario vissuto dal mondo e dalla storia umana. Il Dio eterno decide di entrare nel tempo, la Parola unica e pura decide di scomporsi nella molteplicità e poliedricità delle parole umane. Giovanni inizia a predicare nel deserto della storia umana, nell'aridità di tanti cuori che non aspettano più niente.

Il tempo dell'attesa della venuta di Colui che amiamo e che ci ama, l'Avvento, si popola lentamente di persone. Non veniamo lasciati soli con il nostro sguardo proteso in avanti a scrutare la notte in attesa dei primi segni dell'alba, non siamo lasciati soli a scoprire le tracce di una venuta che riempie la nostra vita di luce e di gioia. Gesù promette solennemente di venire tra noi, annuncia il suo arrivo tramite alcune voci umane che si fanno veicolo del suo messaggio, attraverso presenze profetiche che ne anticipano a volte i gesti.

Due settimane fa abbiamo letto la versione di Marco dello stesso discorso, che ora ci viene riproposto all'inizio dell'Avvento, del nuovo anno liturgico in cui saremo accompagnati dalle pagine dell'evangelista Luca. Abbiamo già visto come si tratti di un discorso importante sulle 'cose ultime' (escatologia), cioè sulle realtà definitive, che non passano, fondamentali per capire e vivere bene la nostra vita di credenti.

Se la massima autorità del popolo di Israele avesse potuto condannare Gesù alla pena capitale, non avremmo mai avuto nel Vangelo questo brano, riportato dall'evangelista Giovanni, con il quale si chiude il nostro anno liturgico. La festa di Cristo Re, come ogni anno, ripropone dunque alla nostra attenzione e devozione la meditazione su questo incontro tra Gesù e la massima autorità del potere civile del tempo, il Prefetto della Giudea Ponzio Pilato (non procuratore, come detto dallo storico Flavio Giuseppe).

Nella penultima domenica del Tempo Ordinario giungiamo al capitolo tredicesimo della nostra lettura continua del vangelo di Marco, l'ultimo capitolo prima dei racconti di Passione e Risurrezione con i quali l'evangelista chiude il suo Evangelo. Questo capitolo è conosciuto come il discorso escatologico (sulle ultime cose) di Gesù, in privato. Si tratta di un insegnamento ufficiale di Gesù, che si siede come un maestro sul Monte degli Ulivi, e di fronte al Tempio risponde alla domanda di un piccolo cerchio di discepoli, i quattro apostoli della prima ora, i primi chiamati.