La parola

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Il commento alla seconda lettura della Liturgia della Parola

Ogni vero discepolato comincia e finisce in Gesù. E' il Maestro che ha mandato i suoi a due a due, a preparargli la strada, ad aprire i cuori delle persone alla luce e alla verità, a guarire i loro mali e le loro incredulità. Essendo stati inviati, i discepoli non si attribuiscono la gloria di ciò che hanno fatto. Hanno avuto parole persuasive, che sono arrivate a tanti cuori, sono stati in grado di portare comprensione, perdono, guarigione interiore, donando la forza della conversione a tante vite disordinate a causa del peccato, che incatena ad una vita grigia e arrabbiata.

Dovremmo rileggere il brano di domenica scorsa per capire bene il contesto di questa chiamata di Gesù. Proprio perché rifiutato e disprezzato, Gesù lascia le folle e si dedica a quella famiglia che aveva in parte già costituito. Dopo aver chiamato alcuni singolarmente a seguirlo, li aveva già costituiti in comunità, come sua famiglia, chiamandoli a stare con Lui (Mc 3,14), in vista di una collaborazione con la sua attività di predicatore ed esorcista.

Una certa saggezza, che ha avuto i suoi seguaci in tutti i tempi, e che oggi è favorita dalla mentalità scientifica positiva, tende a far accettare la prospettiva della morte con razionale serenità, senza paure, senza illusioni consolatorie, come una cosa naturale. Ma la realtà è più forte di qualsiasi dottrina. Sopraffatto dall'inesorabile certezza della morte, l'uomo si ribella contro di essa e dopo aver gustato il sapore della vita non vorrebbe mai più morire. Ha la chiara percezione che la morte è tutt'altro che lo sbocco naturale della vita.

Nello stesso giorno in cui ha istruito i suoi discepoli, parlando dalla barca di Pietro, il Maestro prende una iniziativa tutta sua. Verso sera, ordina ai suoi di usare la barca non più come 'pulpito' ma come mezzo di trasporto, e passare 'all'altra riva'.

Una attenta e proficua lettura del testo evangelico, ha come presupposto lo svuotamento - almeno per un attimo - di tutto ciò che ci sembra già di sapere di esso. Se riusciamo ad affrontare ogni pagina biblica come se fosse la prima volta che la leggiamo, il testo riesce a dirci ogni volta qualche cosa di nuovo. Altrimenti scorriamo velocemente alcune righe che abbiamo sicuramente già letto molte volte, e concludiamo che sappiamo già cos'è l'Eucaristia, e la festa di oggi ha ben poco da dirci di nuovo.

Il mistero della Santissima Trinità, Dio Unico e Trino, unico nella sostanza in tre persone, è al cuore della fede cristiana. Si parla spesso delle Tre grandi religioni monoteiste, si parla di 'popoli del libro', con riferimento ai nostri Fratelli Maggiori, i credenti di religione ebraica, e con riferimento ai discepoli di Muhammed Maometto. Yahvè, Allah, Dio è sempre unico, ed è certo vero che in queste tre religioni si è fatto conoscere attraverso delle Scritture Sacre.

Viviamo un'altra domenica straordinaria, il compimento dei 50 giorni pasquali. La profezia anticotestamentaria delle 'sette settimane', 49 giorni, più il giorno della festa-compimento, trova la sua luce nella ri-lettura di fede della chiesa, e diventa il periodo che segue il mistero pasquale di Gesù, morto, risorto e asceso alla destra della potenza del Padre. Ciò che il mattino di Pasqua diventa vero per Gesù, al compiersi dei cinquanta giorni diventa esperienza personale, autenticamente umana - quindi vera - di ogni credente.

Dal momento che in questo anno liturgico in corso leggiamo il Vangelo di Marco, il brano che parla della festa di questa domenica dell'Ascensione è tratto dal finale aggiunto di questo Vangelo, anche se i manoscritti più antichi ed autorevoli si fermano al versetto 8 del capitolo 16. Ai più attenti tra i lettori del Vangelo non sfuggirà il fatto che i versetti 9-20 sembrano aggiunti da qualcuno che non digeriva il finale brusco di Marco, che chiude con il silenzio e la fuga terrorizzata delle donne davanti al giovane in bianche vesti (Gesù stesso Risorto?).

La reciprocità dell'amore con cui finivamo il commento alla prima parte del capitolo 15 di Giovanni, letto domenica scorsa, è esattamente il punto dal quale la pagina odierna comincia. Viene esplicitato quanto avevamo intuito: con la metafora della vite, Gesù voleva parlare dell'amore unico con cui Dio, amando Israele, ha amato lui.

La pagina di Vangelo di questa domenica quarta del tempo pasquale è parte del capitolo decimo del Vangelo di Giovanni, e risulta comprensibile solo se letta nel suo contesto, ossia i capitoli nove e dieci.Leggiamo infatti il seguito del racconto della guarigione del cieco nato, nel Tempio di Gerusalemme, probabilmente durante la festa della Dedicazione del Tempio (Chanukka), una festa invernale con un rituale pieno di luci, simile al nostro Natale.