Io sono la guerra. Parola di rifugiata

Sabato 20 giugno è la Giornata Mondiale dei Rifugiati

A Niamey, capitale del Niger, l’avevamo battezzato ‘Gruppo del 20 giugno’. Data e nome non erano casuali. Ricordavano ai rifugiati e ai governanti che il 20 giugno era l’anniversario della Convenzione sui rifugiati adottata dall’ONU nel 1951. Si tratta di un accordo destinato a proteggere i diritti delle persone rifugiate e di coloro che sono costretti a fuggire, talvolta per tutta la vita. Proteggere è un verbo denso di ricadute per i profughi. Esso implica la garanzia che ogni persona rifugiata sia trattata con dignità, che i suoi diritti siano rispettati e che riceva il sostegno necessario per ricostruire la propria vita. Dunque trovare un senso di appartenenza in una nuova comunità.
La protezione non è qualcosa che una sola persona o organizzazione può garantire da sola. Si costruisce attraverso le azioni quotidiane, le relazioni e le comunità che scelgono la solidarietà e la giustizia invece che la distrazione, il sospetto o la paura. Essa include essere trattati con dignità e avere accesso ai diritti, alla giustizia e alla documentazione legale; vivere in una «casa sicura»; avere accesso all’assistenza sanitaria, all’istruzione e ai servizi essenziali; opportunità di lavorare e mantenere sé stessi e la propria famiglia; appartenere e partecipare a una comunità in cui le persone sono accolte, sostenute e valorizzate; vivere liberi dalla violenza, dalla paura e da condizioni di grave difficoltà, con la possibilità di costruire un futuro con speranza.

*Missionario Società Missioni Africane

L’articolo integrale su Il Cittadino n. 22