Chiesa e Mondo
Lampedusa, il confine che parla al mondo
Ci sono luoghi che parlano prima ancora delle parole. Lampedusa è uno di questi. È un lembo d’Europa affacciato sull’Africa, ma soprattutto è il confine dove il Mediterraneo restituisce ogni giorno domande alle quali il nostro continente fatica a rispondere. Per questo la scelta di Papa Leone XIV di recarsi sull’isola lo scorso sabato 4 luglio assume un significato che va ben oltre una visita pastorale.
Mentre negli Stati Uniti si celebrava il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza e il presidente Donald Trump partecipava alle tradizionali celebrazioni della festa nazionale americana, il primo Papa statunitense della storia sceglieva un’altra “America”: quella che guarda ai migranti, alle periferie del mondo, ai volti segnati dalla speranza e dal dolore. Una coincidenza che possiede una forza simbolica straordinaria. il Papa ha raggiunto la Porta d’Europa, il monumento che domina il mare sullo scoglio più meridionale d’Italia. Quella porta, rivolta verso il Mediterraneo e verso le coste africane, non è soltanto un’opera d’arte. È il simbolo di un continente chiamato a scegliere se essere fortezza o casa, confine invalicabile oppure luogo d’incontro. Vedere Leone XIV attraversare quel promontorio, da solo, con passo lento, è stata forse l’immagine più eloquente dell’intera giornata. Il vento sferzava con forza la sua veste bianca, quasi a volerla strappare al corpo, mentre la papalina, sollevata da una raffica improvvisa, è volata via, perdendosi nel mare. Nessuno ha interrotto quel cammino. Il Papa ha continuato ad avanzare senza cercare di trattenerla, gli occhi rivolti all’orizzonte, verso quel Mediterraneo che per troppi è diventato un confine di morte. È difficile non leggere in quella scena un simbolo. Quella papalina portata via dal vento sembra quasi raccontare una Chiesa che rinuncia a ogni segno di potere pur di restare fedele al Vangelo delle periferie. Il vento, nella Scrittura, è spesso immagine dello Spirito che conduce dove l’uomo non aveva previsto; e quel copricapo bianco affidato alle onde richiama, quasi inconsapevolmente, le migliaia di oggetti personali che il mare ha inghiottito insieme alle vite dei migranti. Rimane un uomo vestito di bianco, fragile davanti alla forza degli elementi, ma saldo nel suo cammino. La Messa celebrata nel campo sportivo dell’isola ha poi dato voce a ciò che quei gesti avevano già raccontato. L’omelia di Leone XIV non si è limitata a un appello generico alla solidarietà. È stata una lettura evangelica della storia. “I morti nel Mediterraneo sono vittime sia di decisioni prese sia di decisioni mancate”, ha affermato il Pontefice. Una frase destinata a lasciare il segno perché sposta l’attenzione dal destino alla responsabilità.
Quelle vite spezzate non possono essere considerate una fatalità inevitabile; interrogano le coscienze personali, le istituzioni, la politica internazionale e anche l’indifferenza che lentamente anestetizza le nostre società.
Il Papa ha poi rivolto uno sguardo all’Europa, definendo quella migratoria una “responsabilità epocale”. Non ha chiesto soltanto interventi d’emergenza, ma politiche capaci di “accogliere, proteggere, promuovere e integrare” le persone costrette a lasciare la propria terra. È un linguaggio che richiama il magistero di Papa Francesco, ma che Leone XIV fa proprio con accenti personali, insistendo sulla necessità di costruire quella che ha definito una vera “civiltà dell’amore”.
L’articolo integrale su Il Cittadino n. 26