EDITORIALE – Tra Ceuta e Dublino. Persone migranti nell’Europa smarrita

(Foto ANSA/SIR)

C’è una domanda che noi cristiani dovremmo farci senza scappare: quando parliamo di migranti, stiamo pensando come il Vangelo o come tutti gli altri? A Ceuta, alla fine di luglio, sono entrate decine di migliaia di persone. Una tragedia vera, con morti veri. Una tragedia intorno alla quale si è costruita anche una paura falsa: quella di una massa pronta a riversarsi senza controllo in tutta Europa. Non era così.
Da Ceuta non si passa liberamente nella Spagna continentale. Madrid ha chiarito che nessuno degli entrati irregolarmente il 30 luglio è arrivato sulla penisola. Nessuna certezza su falsi avvistamenti di persone che sarebbero entrate da Ceuta.
Nel frattempo l’Italia ha chiuso i controlli con la Spagna, come già in agosto, reiterando per i primi 15 giorni di settembre il blocco, meramente propagandistico, del trattato di Schengen per chi arriva dalla Spagna anche se Ceuta si trova geograficamente sulla costa nordafricana. Sanchez, il primo ministro spagnolo ha risposto: “L’Europa deve essere solidale a Lampedusa, in Groenlandia e a Ceuta o alle Canarie” e ha protratto i controlli degli italiani che entrano nel paese. A questo punto, altri Paesi europei, Germania, Svizzera, Austria, Finlandia, Olanda, Irlanda e Svezia, hanno annunciato trasferimenti di richiedenti asilo verso l’Italia secondo il trattato di Dublino. Infine il Ministro Piantedosi ha disposto il fermo della nave Sea-Watch 5, ONG tedesca che salva persone in mare, perché non avrebbe collaborato col sedicente centro libico competente. Il tutto ha il sapore della ripicca generalizzata e il risultato è sotto gli occhi di tutti: il migrante viene trattato come un pacco da rispedire. Il Nord lo rimanda al Sud, il Sud prova a fermarlo prima che arrivi. Tutto molto ordinato. Tutto molto legale. Tutto molto disumano.
Poi arriva la parola “remigrazione”. Suona pulita. Quasi elegante. In realtà significa una cosa semplice: mandare indietro. Ridurre le presenze. Liberarsi del problema.

Il Vangelo fa saltare il tavolo con una risposta indiscutibile. Davanti alla folla affamata gli apostoli dicono a Gesù una cosa di buon senso: «Mandali a casa a cercare il cibo per sfamarsi». Vadano nei villaggi, si arrangino, comprino da mangiare. In fondo non possiamo mica risolvere tutti i problemi del mondo. Gesù risponde: «Non occorre che vadano. Voi stessi date loro da mangiare». Capite il problema? Gesù non ci lascia il diritto di cavarcela dicendo: “Non tocca a noi”. Ci chiede: “Che cosa avete?”. Cinque pani e due pesci. Poco. Quasi niente. Questo, per il cristiano, basta per cominciare. Noi invece continuiamo a guardarci l’ombelico e a chiamarlo prudenza. Papa Leone, recentemente, ci ha dato un chiaro orizzonte: prima dei confini ci sono le persone!!! Viviamo altre
Lo scorso 11 agosto il Vaticano ha diffuso il messaggio di papa Leone per 112ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che ci celebrerà il prossimo 27 settembre.
Con il titolo “Anche uno solo di questi bambini“, il messaggio richiama l’attenzione in modo particolare “sui minori direttamente coinvolti nell’esperienza del migrare e della fuga, sulla sollecitudine nei loro confronti e sulla promessa del Signore che «chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me» ipocrisie raccontandoci che gli stranieri sono un problema, mentre interi pezzi del nostro Paese stanno in piedi grazie a loro. Edilizia, agricoltura, logistica, ristorazione, assistenza agli anziani. Quante famiglie italiane potrebbero davvero accudire i propri genitori senza una badante straniera? Quanti cantieri partirebbero? Quante campagne reggerebbero?
Spesso queste stesse persone vengono sfruttate, pagate poco, tenute senza contratto, ricattate perché “tanto sei straniero”. Ci servono, ma facciamo finta che siano il problema. Entrano nelle nostre case, lavano i nostri anziani, raccolgono il nostro cibo, costruiscono i nostri palazzi salvo, poi, nel dibattito pubblico diventare un’emergenza da contenere.
Questa non è solo incoerenza politica. È una gigantesca rimozione morale. Accogliere non significa spalancare tutto e sperare che vada bene. Accogliere significa fare sul serio: ingressi legali, formazione, lingua, lavoro, casa, controlli, percorsi di autonomia, distribuzione europea delle responsabilità. L’accoglienza improvvisata può fallire. Quella progettata funziona. Produce lavoro, integrazione, tasse, famiglie, futuro.
Giovanni, nel Vangelo, scrive che la Luce venne nel mondo e il mondo non l’ha accolta. Forse oggi quella luce ha la faccia stanca di chi arriva a Ceuta o di chi viene rimandato indietro in base a un regolamento o di chi assiste nostra madre di notte mentre noi dormiamo. Possiamo chiamarla invasione, sicurezza, remigrazione, emergenza. Gesù usa un’altra parola. Accogliere.

* Sacerdote, Coordinatore Ufficio Migrantes
Diocesi di Genova