Comunità diocesana
G8. La lezione di Don Gallo: «Pensate con la vostra testa…»
Il ricordo di Lilli Zaccarelli della Comunità di S. Benedetto al Porto
Nel venticinquesimo anniversario del G8 di Genova, il nostro giornale raccoglie la testimonianza di Liliana Zaccarelli, per tutti Lilli, storica segretaria della Comunità di San Benedetto al Porto e tra le persone che hanno condiviso per decenni il cammino di don Andrea Gallo. Oggi Lilli ha 86 anni, ma continua ogni giorno il suo impegno nella Comunità, fedele a quello spirito di accoglienza e giustizia che ha contraddistinto l’opera del ‘prete di strada’. Nel suo racconto riaffiorano i giorni drammatici del luglio 2001, il ruolo svolto dalla Comunità e la figura di don Gallo, sempre in prima linea per difendere gli ultimi e denunciare la violenza.
Lilli, che cosa ricorda di quei giorni del G8 vissuti accanto a don Andrea Gallo?
“‘Andrea’ aveva una convinzione molto forte: ognuno doveva agire secondo la propria coscienza. Non diceva mai alle persone cosa fare, ma le invitava a pensare con la propria testa. Era questo il suo modo di vivere la partecipazione”.
La Comunità di San Benedetto al Porto fu un punto di riferimento per moltissime persone. Come vi organizzaste?
“Avevamo capito che sarebbero arrivati ragazzi da tutta Italia. Proprio in quei giorni Manu Chao aveva devoluto il ricavato di un suo concerto alla Comunità e con quelle risorse organizzammo quello che chiamavamo il ‘bar clandestino’, in Corso Italia. Preparavamo panini, distribuivamo acqua e offrivamo un luogo dove fermarsi. Chiunque bussasse trovava qualcosa. I volontari lavoravano senza sosta nei locali sotto la chiesa, preparando da mangiare per tutti”.
Non fu semplice, però.
“No. Quegli spazi avrebbero dovuto restare chiusi, ma ‘Andrea’ riuscì a ottenere almeno che venisse lasciato un passaggio per permettere ai ragazzi di entrare. Era convinto che la Chiesa dovesse essere aperta a chi avesse bisogno”.
Don Gallo partecipò anche alle manifestazioni?
“Sì, ma soprattutto passò quei tre giorni girando per la città. Cercava di fermare le violenze. Più di una volta intervenne davanti a poliziotti che stavano picchiando ragazzi. Ricordo che telefonò perfino al vicequestore per denunciare quello che stava accadendo. Diceva che quello non era uno Stato che garantiva la libertà”.
C’è un episodio che le è rimasto particolarmente impresso?
“Un ragazzo veniva picchiato duramente. ‘Andrea’ intervenne e riuscì a fermare gli agenti. Quel ragazzo perse un occhio. Don Gallo gli disse: ‘Io sono disposto a testimoniare quando vorrai’. Ma poi sparì. Probabilmente aveva paura. E chi può giudicarlo?”.
Anche don Gallo fu testimone diretto degli scontri?
“Sì. Si trovò anche in piazza Corvetto. Mi raccontava che, a un certo punto, comparvero gruppi di persone dal nulla e tutti dovettero scappare. Tornato in Comunità non smise un attimo di denunciare quello che aveva visto. Lo fece in televisione, sui giornali, ovunque gli fosse data la possibilità di parlare. Non lo faceva contro qualcuno in particolare, ma contro un sistema che metteva il potere e l’economia davanti alle persone”.
Secondo lei, Genova ha elaborato quella ferita dopo 25 anni?
“Purtroppo no. La cosa peggiore è che ci hanno divisi. In quei giorni c’era stata un’unità straordinaria tra persone molto diverse, unite dal desiderio di un mondo più giusto. Oggi vedo tante divisioni e questo ha impoverito anche la politica. Non si discute più per costruire qualcosa insieme, ma solo per prevalere gli uni sugli altri”.
Qual era l’insegnamento più importante di don Gallo?
“Che bisogna imparare a pensare. Lui diceva sempre: ‘non lasciate che siano gli altri a decidere per voi. Leggete la realtà con la vostra testa’. Il vero nemico non è una persona, ma un sistema che mette al centro il potere e il denaro. La nonviolenza, per lui, non era passività: significava avere il coraggio di denunciare le ingiustizie senza smettere di difendere gli ultimi”.
Se chiude gli occhi e ripensa al luglio del 2001, quale immagine le torna subito alla mente?
“Rivedo ‘il Gallo’ mentre cerca di proteggere chi veniva colpito e, nello stesso tempo, trova il coraggio di denunciare pubblicamente ciò che stava succedendo. Era profondamente nonviolento, ma non è mai rimasto in silenzio davanti alle ingiustizie. Questo è il ricordo più forte che porto con me”.
A 25 anni dal G8, Lilli continua il suo servizio alla Comunità di San Benedetto al Porto con la stessa convinzione di allora. “Dobbiamo insegnare ai giovani a osservare la realtà e a farsi una propria opinione”, conclude salutandoci. “La cultura di oggi spinge a seguire il consumismo e il potere. ‘Andrea’ ci ha insegnato il contrario: usare la propria testa e non smettere mai di stare dalla parte degli ultimi”.