Genova e Liguria
Sentenza crollo Ponte Morandi. I parenti delle vittime: “Oggi una prima parola di giustizia”
Il Tribunale di Genova ha giudicato colpevole per i reati di crollo colposo e omicidio stradale l’ex-amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci, condannandolo a 12 anni di carcere per il crollo del ponte Morandi di Genova, avvenuto il 14 agosto 2018, causando la morte di 43 persone.
5 anni a Mauro Coletta, ex direttore della vigilanza del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti su concessioni autostradali. 11 anni a Michele Donferri Mitelli e 5 anni e sei mesi per Paolo Berti, ai vertici di ASPI. 5 anni e sei mesi anche per l’ex ad di SPEA, Antonino Galatà.
4 anni ad Antonio Brencich, membro del comitato tecnico del Provveditorato e 6 anni a Gabriele Camomilla, ingegnere e direttore delle manutenzioni di Autostrade. Una ventina le assoluzioni.
Possetti: “Scopo delle aziende non sia solo l’utile”
“Siamo soddisfatti di questa sentenza – commenta Egle Possetti, portavoce del Comitato dei familiari delle vittime – perché riconosce un passaggio per noi essenziale, ovvero che ci sono ruoli apicali a cui ovviamente si riconoscono compensazioni economiche proporzionali alla difficoltà del compito che devono eseguire ma che, altrettanto ovviamente, devono anche contemplare degli oneri. Come dico da tanto tempo, non possiamo avere solo gli onori, dobbiamo anche avere consapevolezza degli oneri che ci assumiamo e questo deve diventare una priorità nelle scelte aziendali. In questi anni, purtroppo, in molte aziende è avvenuto il contrario: l’utile come unico obiettivo. Da parte nostra, ribadiamo che l’utile è uno degli obiettivi, ma non deve essere l’unico.”
Possetti: “Da questa tragedia nascano degli insegnamenti”
“Come parenti siamo soddisfatti della sentenza che rispetta l’impianto acquisatorio. E poi chiaramente la storia è ancora lunga. Non cantiamo vittoria, non la canteremo neanche alla fine, perché per noi non c’è vittoria in questa situazione, non potendo vedere ritornare a casa le nostre famiglie. Però sicuramente quello che a noi interessa è che da questa tragedia nascano degli insegnamenti. E noi crediamo che oggi si vada in questo senso.”

Caruso: “La sentenza riconosce la responsabilità personale dei vertici”
“Per quanto oggi non abbiamo ancora le motivazioni ma abbiamo solamente il dispositivo, quella emessa oggi è una sentenza indicativa di ciò in cui noi confidavamo” commenta al termine di una lunga giornata Raffaele Caruso, avvocato del Comitato in ricordo delle vittime del crollo del Ponte Morandi.
“Nei nomi delle persone che sono state condannate la sentenza ci dice sostanzialmente che l’impianto della Procura ha trovato conferma nel Tribunale perché sono stati condannati soggetti appartenenti a tutte le organizzazioni coinvolte e a tutte le loro articolazioni: ASPI, SPEA, Ministero sia a livello territoriale che a livello centrale. Ciò conferma il quadro della Procura: sono stati condannati i soggetti apicali non per la posizione che occupano ma per i concreti comportamenti che hanno assunto. Ci sono state delle assoluzioni di profili con meno responsabilità e con meno coinvolgimento diretto nei fatti ma queste assoluzioni paradossalmente rinforzano il giudizio positivo che noi abbiamo sulla sentenza, perché ci dicono di un lavoro individualizzante e personalizzato fatto dai giudici su ogni posizione. È un passaggio fondamentale perché in questo momento, in Italia, c’è un dibattito che mette in discussione la responsabilità personale: invece, la responsabilità personale è un elemento che tiene e anzi la giurisprudenza va nel senso di un maggiore garantismo, di un maggior rispetto di tale responsabilità. Le pene sono un elemento che noi abbiamo sempre detto essere secondario: vediamo che non sono state pene irrisorie ma significative che ci dicono quindi di una valutazione di responsabilità grave.”
Caruso: “Una responsabilità che ha radici nel passato”
“Le responsabilità – commenta ancora Caruso – abbracciano tutto il periodo preso in esame dalla Procura che va dal 1993 fino al 2018, un punto per noi molto importante perché riteniamo che il dramma nel dramma di questa vicenda sia il fatto che fin dal 1993 era possibile capire lo specifico problema che ha portato al crollo del ponte perché un problema analogo si era riscontrato sulle pile gemelle di quella che poi è crollata.
È stata restaurata integralmente la prima pila, è stata restaurata parzialmente la seconda pila, la terza pila è stata abbandonata e non è stato nemmeno fatto un controllo adeguato perché si potesse verificare la presenza di problematiche che quindi non sono state trovate. I difetti erano quelli originali che lo stesso Ingegner Morandi aveva segnalato sin dal 1980 ma, per quanto riguarda la pila 9, di questi difetti ci si è occupati molto parzialmente e da un certo momento in poi si è completamente abbandonato il tutto. Quella di oggi, quindi, è una sentenza che ci fa ben sperare sull’evoluzione del processo e costituisce una prima parola di giustizia importante per quello che è questa storia drammatica che la nostra città ha vissuto.”