Comunità diocesana
G8. La storia che la violenza ha oscurato
Una giovane redattrice alle prese con il racconto di un grande evento mediatico
Ci sono avvenimenti che un giornalista racconta e poi consegna all’archivio. Altri, invece, continuano ad accompagnarlo negli anni, perché segnano non solo il percorso professionale, ma anche una parte della propria vita. Per me il G8 di Genova del 2001 è uno di questi.
Ero arrivata nella redazione de Il Cittadino soltanto due mesi prima. Dovevo ancora imparare quasi tutto del mestiere: sapevo a malapena che cosa fossero un menabò o un occhiello. Nonostante tutto, Don Silvio affidò a me e a Laura Ferrero il compito di seguire i lavori del Carlo Felice e di collaborare alla trascrizione degli interventi dalla sala stampa allestita all’Hotel Bristol. Oggi, pensando agli strumenti tecnologici che abbiamo a disposizione, mi sembrerebbe una richiesta anacronistica. Allora significava ascoltare, prendere appunti, sbobinare, confrontare i testi. Per noi era una straordinaria palestra di giornalismo. Con Laura condivisi quelle ore intense nello spirito di collaborazione e aiuto reciproco che ha sempre caratterizzato il nostro rapporto. Ripensare oggi al G8 significa inevitabilmente ripensare anche a lei, che con me ha condiviso tante “prime volte”, soprattutto sul lavoro.
Raccontare il “pre G8” significò anche aprirmi a temi che fino ad allora avevano soltanto sfiorato il mio percorso. Il Carlo Felice era gremito di giovani, rappresentanti di associazioni, movimenti ecclesiali e realtà del volontariato. Sul palco il cardinale Dionigi Tettamanzi presentava il Manifesto dei cattolici ai leader del G8. Non era una protesta contro il vertice, ma una proposta. Parlava del “popolo dei poveri”, il vero protagonista assente di quei giorni, e invitava i giovani a diventare davvero “sentinelle del mattino”, capaci di leggere il presente con uno sguardo evangelico e di costruire il futuro nella responsabilità. Poi arrivò il vertice e tutto cambiò. Le immagini che conserviamo nella memoria sono quelle del 20 e del 21 luglio: la morte di Carlo Giuliani, la scuola Diaz, Bolzaneto, la città devastata, la privazione della nostra libertà personale. La cronaca prese inevitabilmente il sopravvento su tutto il resto. E quella proposta costruita nei giorni precedenti finì quasi completamente oscurata dalla violenza.
A venticinque anni di distanza, molte delle domande poste nel Manifesto dei cattolici sono ancora aperte: le guerre, le disuguaglianze, il debito dei Paesi poveri, la tutela del creato, il governo della finanza globale.