Quella papalina bianca sul Mediterraneo…

Il vento di Lampedusa non ha portato via soltanto un piccolo cappello bianco. Per un istante è sembrato prendere uno dei simboli più antichi della Chiesa per consegnarlo al mare. La papalina nasce per ricordare che ogni autorità è sotto la protezione di Dio e sottomessa soltanto a Lui. Quel giorno non è rimasta sulla testa del Papa. Il vento l’ha sospinta verso quel Mediterraneo che custodisce migliaia di vite spezzate. È sembrato che quella protezione cercasse proprio chi non ne aveva più.
Quella papalina racconta il Vangelo meglio di tanti discorsi. Dice che la Chiesa non può limitarsi a custodire sé stessa. Deve lasciarsi portare dove c’è chi affonda. Deve stare dove la vita è più fragile.
Papa Leone è andato a Lampedusa per scuotere le coscienze. Le sue parole sono state durissime: «I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate». Una frase che pesa come un macigno. Perché si può uccidere anche restando immobili.
Ha denunciato «i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui», «il disinteresse per il bene comune», «il sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione», «il timore che alimenta pregiudizi e disprezzo» e perfino «chi decide di non decidere». Parole che non cercano applausi. Cercano uomini e donne disposti a cambiare.
Il Papa, però, non si è fermato alla denuncia. Ha ricordato che «qui più che le parole parlano i gesti» e che «i gesti, per essere umani, hanno bisogno di un cuore». È il programma affidato a ciascuno di noi. Non servono incarichi importanti. Serve un cuore che non si abitui alla sofferenza, mani pronte ad aiutare e occhi capaci di vedere nell’altro un fratello prima ancora che uno straniero.
C’è poi un’altra frase che non dovrebbe lasciarci dormire: «Il Vangelo diventa muto dove ognuno fa di sé stesso un’isola». Non parla soltanto ai governi. Parla a noi. A chi cambia canale davanti a un naufragio. A chi pensa che la sofferenza degli altri finisca dove comincia il proprio benessere.
Quella papalina non è soltanto volata via. È arrivata fino a noi. Il vento l’ha consegnata alle nostre mani perché nessuno possa più dire: “Non mi riguarda”. Non tutti possiamo salire su una nave di soccorso o cambiare le leggi del mondo. Tutti, però, possiamo impedire che l’indifferenza diventi normale. Possiamo sostenere chi salva vite, educare al rispetto, offrire tempo, ascolto, una possibilità concreta.
Non aspettiamo il prossimo naufragio per commuoverci ancora una volta. Le lacrime che arrivano dopo servono a poco. Il Vangelo ci chiede di arrivare prima. Forse il miracolo più grande che quella papalina può compiere non è tornare sulla testa del Papa, ma posarsi sulla coscienza di ciascuno di noi. Chi avrà il coraggio di raccoglierla scoprirà che non riceve soltanto una responsabilità verso gli ultimi. Riceve anche la stessa protezione di Dio che quella papalina rappresenta da secoli. Perché chi si prende cura dei più fragili non resta mai solo: cammina con un Dio al quale nulla è impossibile.

(*) Coordinatore diocesano Migrantes