EDITORIALE – Genova di salite e di speranze

NEL DISCORSO ALLA CITTÀ DELL’ARCIVESCOVO DI GENOVA LA CULTURA DEL “PRENDERSI CURA”. LA RISCOPERTA DI UNA SOCIETÀ CHE SI FA COMUNITÀ

Centralità della persona e responsabilità verso la comunità sono, nelle parole di Padre Tasca, i fondamenti, religiosi e civili, per misurarsi con le contraddizioni prodotte dai mutamenti accelerati che segnano oggi la città, o meglio le città. E dentro cui crescono le povertà, le diseguaglianze, le solitudini. Solide realtà di deprivazione materiale ed esistenziale che non connotano solo la fragilità e la marginalità estrema. Sono parte di una quotidianità sempre più estesa, la “Genova in salita”, fatta di fatica del vivere, di allentamento dei legami sociali, di vulnerabilità che ci siamo abituati a non guardare. Perché la società individualizzata che assegna a ciascuno l’onere delle proprie fortune e sfortune, è anche la società che alimenta “la cultura dello scarto”, le separatezze, i silenzi. Qualcosa che si prolunga nella disconnessione civile, la perdita di appartenenza e, per usare un’espressione più forte, dello stesso “senso della vita”. Ed è su queste “ferite” che Padre Tasca invita, credenti e non credenti, a risollevare lo sguardo. In nome di una “salvaguardia dell’umano” che riguarda ciascuno di noi, individualmente e collettivamente. Sapendo che il “paradigma tecnocratico” dentro cui rischiamo di essere immersi, il lavoro e la socialità modellati dagli algoritmi e da una connessione tecnologica continua, moltiplicano i vuoti, le identità labili che diventano chiusure, l’assenza di riconoscimento per l’”altro”. Al contempo ci sono tante energie positive in campo, perché le città e Genova, sono anche laboratori di buone pratiche, di solidarietà, di costruzione di pari opportunità e di cittadinanza. Un’assunzione diffusa di responsabilità, anch’essa spesso invisibile, che contribuisce alla tenuta di un tessuto connettivo slabbrato e logorato. Ma non solo. La cultura del “prendersi cura” contro l’abbandono è lo scenario concreto della speranza, del non ripiegamento su sé stessi, è la scoperta- riscoperta della “bellezza di una società che si fa comunità”, del costruire futuro. Dimensione temporale non a caso sempre più oscurata in un presente assoluto, in un chiasso informativo che avvilisce il linguaggio e, con il linguaggio, il pensiero. Il grande nodo è come dare valore a queste energie positive, come integrarle in un comune progetto di sviluppo fondato sull’inclusione e non sull’esclusione. Il fare, appunto, della speranza condivisa lo spazio di un comune orizzonte possibile. Scegliere di camminare insieme è un buon inizio.

Luca Borzani
Storico