Remigrazione: quando la paura diventa legge

Il nuovo regolamento europeo sui rimpatri

In questi giorni si parla sempre più spesso di remigrazione e di rimpatri accelerati grazie alla recente approvazione sui rimpatri dell’Unione Europea. Parole che sembrano semplici, quasi rassicuranti. La realtà, però, è molto più complessa e riguarda la vita concreta di migliaia di persone. Chi lavora ogni giorno accanto ai migranti sa che la prima domanda è molto semplice: dove dovrebbero essere rimpatriati? Nella maggior parte dei casi mancano accordi efficaci tra gli Stati europei e i Paesi di provenienza. Senza il riconoscimento della cittadinanza da parte dello Stato d’origine, il rimpatrio semplicemente non può avvenire. Non basta una legge per far comparire un aereo o un Paese disposto ad accogliere qualcuno.
Il rischio è allora quello di creare un enorme limbo umano. Molte persone risultano prive di documenti non perché abbiano commesso reati, ma per ritardi amministrativi. C’è chi aspetta da mesi un appuntamento in Questura, chi non riesce a ottenere una residenza necessaria per ritirare il permesso di soggiorno, chi attende il rinnovo di un documento. Persone che lavorano, pagano affitti, frequentano le nostre scuole, le nostre parrocchie e le nostre città. Se il rimpatrio non è concretamente possibile, queste persone rischiano di essere trattenute per mesi o anni senza aver commesso alcun delitto. Vittime prima della burocrazia e poi di una seconda ingiustizia.

*Sacerdote. Coordinatore Ufficio Migrantes Diocesi di Genova

La versione integrale su Il Cittadino n. 24