Genova e Liguria
La sfida di far giustizia. Far incontrare e non solo punire
Con l’inaugurazione del nuovo Centro per la Giustizia Riparativa di Genova, avvenuta il 17 giugno nei locali di via Mascherona 21, la Liguria si dota di una struttura per questo innovativo strumento previsto dalla riforma Cartabia. Il Centro nasce dalla collaborazione tra il Comune di Genova e alcune realtà del Terzo Settore, tra le quali la Fondazione Auxilium, da anni impegnata nell’accompagnamento delle persone più fragili e nei percorsi di inclusione sociale. Insieme all’associazione Il Nodo Parlato, ente capofila del progetto, e al Circolo Vega, Auxilium contribuirà allo sviluppo di questo servizio per l’intero distretto della Corte d’Appello di Genova. La notizia è apparsa su tutti i giornali della nostra città, ma molti si domanderanno perché questa sia una notizia e, soprattutto, se sia una buona notizia.
Quando pensiamo alla giustizia, istintivamente facciamo riferimento a ciò che riguarda il reato. Ci viene in mente la dea bendata con bilancia e spada, simboli che sintetizzano il modo in cui l’idea stessa della giustizia si è strutturata nel corso dei secoli, andando a costituirsi in quei tribunali che ancora oggi giudicano i crimini, vale a dire le offese più gravi all’intera comunità. Quell’immagine, la dea bendata, rappresenta “modello retributivo”, il principale paradigma attraverso il quale la giustizia viene amministrata.
A partire da Stati Uniti e Canada, negli ultimi decenni del ‘900, cominciano ad affacciarsi elaborazioni ed esperienze che mettono in campo un approccio diverso, che parte dall’idea della relazione tra vittima e autore del reato, mirando a fare di questo incontro il centro di una diversa gestione delle conseguenze del crimine. Non più un giudizio dato da un terzo che, equidistante e al di sopra delle parti, decide quale sia il diritto da applicare a quella vicenda (ius dicere), ma un incontro in cui, aiutati da un terzo equiprossimo e coinvolto, sono gli stessi protagonisti del crimine a cercare di trovare una soluzione al loro conflitto: alla vittima viene offerta una nuova centralità che le consente di “dire il suo dolore” dovuto al reato proprio in faccia a colui che quel reato ha commesso, potendogli porre tutte le domande sul perché e sulle ragioni di quel crimine, domande che il processo deve necessariamente tagliar fuori. La scommessa è che l’ascolto del dolore generato dal reato porti il suo autore a comprenderne la portata e lo accompagni ad una assunzione di responsabilità che, attraverso l’incontro, può essere più vera e autentica di quanto accada in un processo. All’esito di questo incontro le parti avranno la possibilità di decidere come gestire le conseguenze del reato, i danni che si sono creati e la loro possibile riparazione.
Dalle stanze della sperimentazione e dei libri di testo, la giustizia riparativa è diventata uno strumento che si è via via sempre più arricchito, sino ad essere scelto come metodo per gestire un passaggio storico in un paese che usciva da uno dei più profondi conflitti civili che la storia ha conosciuto: il Sudafrica del post Apartheid. Nelson Mandela decise di affidarsi alla giustizia riparativa per ripercorrere tutta quella storia di sangue, cercando con questo di favorire una riconciliazione che consentisse un nuovo inizio alla nazione arcobaleno. La Commissione per la Verità e la Riconciliazione del Sudafrica venne affidata al premio Nobel Desmond Tutu che, mettendo al centro l’antico dato culturale sudafricano detto “Ubuntu” (qualcosa di molto simile al nostro concetto di relazione: io esisto in quanto tu esisti), riuscì a rendere concreto un progetto di pacificazione che, dopo il conflitto civile vissuto dal paese, pareva impossibile.
La giustizia riparativa non vuole essere alternativa alla giustizia ordinaria, ma complementare ad essa e vuole offrire uno spazio in cui, aldilà degli esiti del processo penale che continuerà ad esistere, vittima e autore di reato, con l’aiuto di un mediatore equiprossimo, abbiano la possibilità di confrontarsi sul reato e di trovare insieme le soluzioni. È la giustizia dell’incontro, che interpella la comunità cristiana perché pare rispondere a quell’idea dell’artigianato della pace che ci è stata insegnata da Papa Francesco nella Fratelli tutti.
Raffaele Caruso
Avvocato, Coordinatore Tavolo Pace, Giustizia e Integrità del Creato della Diocesi di Genova