Essere Chiesa è servire: il diaconato alla luce della Lumen Gentium

In dialogo con Don Andrea Macchiavello, Diacono transeunte

Continua l’approfondimento della Lumen Gentium. Questa settimana abbiamo intervistato Don Andrea Macchiavello, diacono della nostra Diocesi in cammino verso il presbiterato, che riflette sulla propria esperienza ministeriale alla luce dell’insegnamento conciliare, condividendo come il servizio liturgico, pastorale e caritativo diventi luogo concreto di comunione ecclesiale e di testimonianza evangelica, nella vita diocesana e nell’esperienza missionaria.
La Lumen Gentium descrive la Chiesa come Popolo di Dio prima ancora che come struttura gerarchica: alla luce di questo, come vivi il tuo ministero diaconale, “tappa” verso il presbiterato?
Gerarchia e popolo non costituiscono due dimensioni in antitesi o in opposizione ma due dimensioni perfettamente integrate e connesse, dove l’una, la gerarchia, è a servizio dell’altra, ossia tutto il popolo di Dio.
In qualche modo, la gerarchia esiste in una perenne dimensione diaconale nei confronti del popolo, sulla scorta della diaconia assunta da Cristo stesso e dalla Chiesa, nella sua attività apostolica e di evangelizzazione. In questo senso, vivere il diaconato permette di fare una profonda esperienza proprio di questo, ossia un “esserci-per” servire il popolo di Dio attraverso il sacramento che si è ricevuto, svolgendo i compiti e le funzioni cui si è assegnati in comunione con il Vescovo e il suo presbiterio.
La Lumen Gentium, al paragrafo 29, dice in modo esplicito che ai diaconi, «sono imposte le mani “non per il sacerdozio, ma per il servizio”. Infatti, sostenuti dalla grazia sacramentale, nella “diaconia” della liturgia, della predicazione e della carità servono il popolo di Dio […]».
In questo senso, per quanto mi riguarda, la “tappa” diaconale, anche se transitoria, mette l’accento su questo essere a servizio del popolo di Dio, e mi aiuta a conformarmi a questa dimensione di gratuità e servizio verso i fratelli e le sorelle che incontro nelle nostre comunità e nei nostri gruppi. Ma non solo. Mi sembra di aver sperimentato – e stare sperimentando – questo, in modo chiaro, anche nelle esperienze missionarie e pastorali all’estero che sto vivendo quest’anno; la vicinanza al popolo di Cuba, da un lato, e, dall’altro, la presenza tra giovani studenti e lavoratori provenienti da tutto il mondo che vivono la fede ad Amsterdam – dove mi trovo ora – mi consentono, sebbene in modo diverso, di sperimentare l’ampiezza universale di questo servizio al popolo di Dio.
La Lumen Gentium insiste sulla comunione tra vescovi, presbiteri e diaconi: quali aspetti concreti di questa comunione sperimenti maggiormente nel tuo servizio pastorale quotidiano?
Sì, la Lumen Gentium sottolinea molto bene questa dimensione di comunione tra Vescovo, presbiteri e diaconi. In LG 29 si dice, infatti, che il servizio del diacono è vissuto in comunione con il Vescovo e il suo presbiterio.
Per quanto riguarda la mia esperienza, la permanenza in Seminario in questi mesi (salvo le significative esperienza all’estero) in attesa dell’ordinazione sacerdotale e il mio essere a disposizione per quanto mi venga richiesto a livello diocesano mi ha consentito finora – e mi consente – di vivere forse in modo ancora più evidente nella sua concretezza la comunione con il Vescovo e con tutto il presbiterio. Penso ad esempio al mio servizio nella Segreteria della Pastorale giovanile diocesana, in collaborazione con il coordinatore don Fully e il vice coordinatore don Tommaso, a stretto servizio del Vescovo; o al servizio diaconale nelle liturgie dell’Arcivescovo, custode della vita liturgica di tutta la Diocesi; e, infine, mi piace ricordare anche la partecipazione come diacono neo-ordinato al gruppo del “clero giovane” (gli ordinati degli ultimi 10 anni) che permette già di vivere e sperimentare anticipatamente quella fraternità sacerdotale e quella comunione di vita oggi così decisiva per il ministero (ed ampiamente auspicata dalla Presbyterorum ordinis, n. 8).
Secondo il Concilio, la missione della Chiesa è inseparabile dalla sua natura: in che modo il tuo ministero diaconale ti aiuta a rendere visibile una Chiesa che è “a servizio”, specie degli ultimi, dei poveri, dei più fragili?
La dimensione diaconale è strettamente legata a quella della carità, che può avere tante forme, quanti sono i bisogni da cui siamo interpellati e le fragilità dell’uomo di oggi, che attendono una voce vera per la loro vita.
Pensando a questa dimensione in questi mesi di diaconato mi viene senz’altro in mente l’esperienza missionaria a Cuba, dove si tocca con mano il dolore e la ferita della povertà e della sofferenza fisica e spirituale; e, per fare riferimento ad un episodio ancora più particolare penso alla celebrazione per il Mercoledì delle Ceneri che mi è stato chiesto di presiedere come diacono (con la sola liturgia della Parola) all’Istituto Chiossone, dinanzi ed insieme ad una trentina di ospiti malati ed anziani: lì ho percepito davvero il valore del servizio diaconale, nella carità e nella liturgia, ai fratelli affaticati e fragili.
Ma, allo stesso tempo, mi rendo conto che la dimensione del servizio ha tanti nomi e tante forme: mi ha colpito, tra le altre cose, quando Papa Leone XIV, nella lettera apostolica “Disegnare nuove mappe di speranza” ha parlato di una diaconia della cultura, riferendosi alle università cattoliche ma riprendendo un’espressione che Papa Benedetto XVI aveva utilizzato con riferimento alla missione di tutta la Chiesa, in un messaggio del 2009. Ecco, tutte le dimensioni dell’umano se vissute in una prospettiva di gratuità e di dono, diventano occasione per servire l’umanità e annunciare Cristo.
La Lumen Gentium parla della santità come vocazione universale: come il diaconato, anche nella sua forma transeunte, ti sta educando a vivere la santità nella concretezza del servizio e dell’obbedienza?
Sì, la Lumen Gentium ci ricorda che tutti siamo chiamati ad essere santi, cioè «chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità», una santità che è anche chiamata a promuove nella stessa società terrena un tenore di vita più umano (cfr. LG 40).
Ogni battezzato è chiamato a vivere questa vocazione alla santità nella forma specifica in cui il Signore gli indica. Nel mio caso dunque la strada per la risposta a questa chiamata passa ora proprio attraverso il ministero che sto svolgendo, rispondendo alle diverse “piccole chiamate” che mi vengono rivolte dai superiori e dalle comunità. La dimensione dell’obbedienza costituisce in questo un aiuto a vivere la dimensione del servizio e della carità, nella misura in cui si sperimenta l’abbandono e la fiducia in colui che ci ha scelto.
Penso che proprio attraverso questa adesione alle tante occasioni di offrire il proprio ministero passi quella chiamata alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità che ci viene ricordata dalla Lumen Gentium.