Chiesa e Mondo
Lumen Gentium, oggi: il Vescovo come principio di unità nel cammino sinodale
In dialogo con Mons. Nicolò Anselmi, Vescovo di Rimini
Dopo oltre 60 anni dalla promulgazione della Lumen Gentium, la Costituzione dogmatica sulla Chiesa del Concilio Vaticano II continua a offrire criteri decisivi per comprendere l’identità e la missione della Chiesa nel tempo presente. In particolare, la riflessione sul ministero episcopale, inteso come “pienezza del sacramento dell’Ordine e servizio alla comunione del Popolo di Dio”, mantiene una forte attualità in una stagione segnata dal cammino sinodale. Ne abbiamo parlato con mons. Nicolò Anselmi, genovese, attuale vescovo di Rimini e già vescovo ausiliare di Genova, che ci ha sottolineato i nodi fondamentali della Lumen Gentium, alla luce della sua esperienza pastorale, soffermandosi sul ruolo del vescovo come pastore:
Mons. Nicolò, a più di sessant’anni dal Concilio, quale messaggio della Lumen Gentium è oggi più urgente per la Chiesa?
La sua traduzione italiana lo dice chiaramente: ‘Lumen Gentium’, la ‘luce delle genti’, è Gesù. Ecco, mi sembra che oggi l’urgenza più grande sia proprio questa: presentare, far conoscere, celebrare e annunciare la persona di Gesù. Questo è il grande compito che tutta la comunità cristiana è chiamata a vivere.
Tale annuncio avviene soprattutto in uno spirito di profonda comunione. Il sottotitolo del documento sinodale — comunione, partecipazione, missione — esprime molto bene questa prospettiva. Essere uniti, partecipare; oggi si parla sempre più anche di corresponsabilità: non solo partecipare, ma essere tutti corresponsabili della missione e dell’annuncio della persona di Gesù. Questo stile di comunione e di unità per la missione mi sembra particolarmente importante e fecondo.
Nel capitolo dedicato alla costituzione gerarchica della Chiesa, la Lumen Gentium presenta l’episcopato come pienezza del sacramento dell’Ordine. Che cosa significa concretamente per il tuo ministero quotidiano?
La Lumen Gentium dedica molti paragrafi alla figura del vescovo, che per molti aspetti è davvero centrale nella vita della Chiesa. Il vescovo è principio di unità ed è chiamato a costruire quell’armonia dello Spirito che vive nella Chiesa.
Avverto fortemente questo compito che mi è stato affidato: riconoscere e valorizzare i doni che lo Spirito ha elargito alla Chiesa a me affidata e metterli insieme in modo armonico. Questa consapevolezza della chiamata e del mandato ricevuti diventa molto concreta nella vita quotidiana. Sono vescovo da undici anni, ma da tre anni sono qui a Rimini e porto la responsabilità diretta della Chiesa riminese. Posso dire di avvertire una presenza intensa dello Spirito Santo, a conferma di una legge fondamentale della vita spirituale: quando il Signore chiama a un compito, dona anche la forza per viverlo.
Questi ultimi tre anni sono stati segnati da una forte presenza del Signore, che mi sostiene nel mio essere principio di unità nella Chiesa particolare in cui mi ha chiamato, e mi aiuta a riconoscere l’azione dello Spirito nelle persone, nelle diverse realtà, nelle associazioni, nei movimenti, nelle parrocchie e negli istituti di vita consacrata, cercando di armonizzare tutto in un unico cammino.
In che modo il vescovo è chiamato a essere segno di unità? Qual è, secondo te, il suo compito primario?
Tra i molti impegni del vescovo, ricordo che Papa Francesco, quando lo incontrai pochi mesi dopo la mia nomina, mi disse innanzitutto di pregare: per la diocesi, per i preti, i diaconi, i laici, per i giovani, le famiglie, per tutte le persone affidate alle mie cure pastorali.
Al di là di ciò che può sembrare ovvio, la preghiera non è solo intercessione per il bene e la santità del popolo di Dio, ma è soprattutto lo spazio in cui si accoglie la volontà di Dio. Un vescovo che prega — e dovrei farlo sempre di più — è un vescovo che lascia spazio nel proprio cuore e nella propria mente all’azione dello Spirito e alla volontà del Signore, traendo da lì la forza per realizzare ciò che ha compreso, sempre insieme ai suoi collaboratori.
Un altro compito fondamentale è testimoniare uno stile di comunione e di sinodalità: un vescovo non cammina da solo, in modo isolato, ma sa ascoltare, farsi consigliare, sa anche rinunciare, dire dei no, riconoscere gli errori e incoraggiare, lasciandosi guidare dall’azione dello Spirito, che si manifesta proprio nella comunione e parla nella preghiera.
La Lumen Gentium richiama il ruolo centrale dello Spirito Santo. In che modo questo influisce sulle tue scelte pastorali?
Lo Spirito Santo non è solo la luce che orienta, ma anche la forza che sostiene ogni azione: cammina con noi.
Uno dei grandi compiti del vescovo è non solo invocare e seguire lo Spirito, ma anche insegnare alle persone e alle comunità a riconoscerne la presenza operante. Lo Spirito Santo è ovunque e agisce ovunque.
Spesso, però, fatichiamo a riconoscerlo, perché il suo stile non sempre coincide con le nostre aspettative: è lo stile di Gesù, fatto di forza nella debolezza, di non violenza, di servizio, di povertà, di abbassamento. Questo è ciò che lo Spirito chiede, ma non sempre siamo disposti ad ascoltarlo e ad accoglierlo.
Nel tuo ministero hai seguito a lungo la pastorale giovanile. Che messaggio daresti a un giovane che sente una chiamata al sacerdozio o alla vita consacrata, alla luce della Lumen Gentium?
Posso raccontare ciò che è accaduto a me e ciò che ho visto nella vita di altri. Quando nel cuore e nella coscienza si avverte una chiamata a consacrarsi totalmente al Signore, inizialmente essa può apparire incerta, imprecisa, accompagnata da dubbi. È normale chiedersi se sia un’illusione.
Per questo è importante lasciarsi accompagnare da persone esperte, pur sapendo che Dio non parla solo attraverso gli accompagnatori spirituali: parla anche nella coscienza, attraverso la realtà, le parole degli altri, la storia, che a volte ci dice chiaramente che c’è bisogno di noi come preti o come consacrati.
È bello ascoltare questa pluralità di voci con attenzione: dove c’è dissonanza, qualcosa non è in sintonia con lo Spirito, che non può contraddirsi; dove invece c’è concordanza, si può andare avanti con serenità.
Vorrei incoraggiare i giovani che sentono una chiamata alla totalità. È una scelta che comporta sacrifici e rinunce — come quella alla famiglia, alla sponsalità, alla paternità secondo la carne — realtà bellissime, certo, ma vissute per qualcosa di diverso. Il Signore è fedele: quando chiama, dona anche una grande gioia per vivere ciò a cui chiama. Chi dona tutto per Lui riceve il cento per uno.
Invito quindi i giovani a non avere paura di questa strada. La fedeltà e l’amore di Dio si rendono concreti in un cammino in cui crescono l’amore per Lui, per il suo Regno e per i fratelli e le sorelle.
Posso dire, infine, che oggi sono ancora più innamorato del Signore e più grato della mia vita di quanto lo fossi a 25 o 30 anni, agli inizi della mia vocazione sacerdotale. Si cresce, e la gioia aumenta sempre.
