Il campo profughi di Lipa. La testimonianza di un volontario genovese dalla Rotta Balcanica

Non è facile far stare tutto in un articolo. C’è una moneta egiziana qui con me ad aiutarmi. Me l’ha regalata un ragazzino che ha visto che ne apprezzavo tanto il  disegno. Un ragazzino lontano da casa sua, senza nulla se non un marsupio, mi ha regalato questo pezzo delle sue radici solo perché mi piaceva.

Sono stato un volontario al campo migranti di Lipa, in Bosnia, per una decina di giorni, tramite l’associazione Jesuite Refugee Service (JRS).      

Il campo nasce nel 2018 alle porte dell’Europa, in una valle isolata che ha un lato ancora pieno di mine antiuomo risalenti alla guerra dei Balcani. Quando le grandi migrazioni dell’epoca hanno investito i Balcani, si era del tutto impreparati. Ora è un sistema ordinato. Un campo di container abitativi, cemento e reticolati, rigidamente diviso in zona uomini single, zona minori non accompagnati e zona famiglie. Il Governo bosniaco prende soldi dall’Europa per mantenerlo e piazzarci quattro poliziotti all’ingresso, il lavoro dentro lo fanno praticamente tutto le ONG. JRS offre servizi, una baracca con tutto il necessario per farsi barba e capelli, lezioni base di lingua e di informatica, per un’utenza che talvolta non ha mai acceso un computer.

Ma soprattutto, è specializzata nel creare legami: parlare, e ascoltare.

Si può uscire liberamente da Lipa. I migranti si raccolgono lì per recuperare le forze e riorganizzarsi prima di tentare di varcare illegalmente il confine croato – o talvolta quello bulgaro – ed entrare in Europa, correndo il rischio di farsi scoprire dalla polizia croata, che significa spesso botte e, non raramente, sottrazione di documenti, portafogli e cellulare prima di essere ricacciati oltre confine. Un gruppo da poco respinto era stato riportato in Bosnia, lontano da dove avevano provato a varcare il confine, e senza cellulare non sapevano dove si trovassero. Stavano cercando di raggiungere Sarajevo a piedi. Abbiamo fatto loro vedere su Maps che Sarajevo stava a 250 chilometri di distanza.

Tutti sanno che sono lì per “play the game”, come si dice in quel mondo, ossia passare il confine. Lipa è un monumento vivente alla via di mezzo. L’UE finanzia Lipa in modo che non muoiano troppi migranti alle proprie porte ma, al contempo, lascia(mo) che tentino la fortuna in questa sorta di Hunger Games illegale per scoraggiarli, anziché strutturare un sistema di accoglienza-rigetto organico. Lo dico senza acredine, forse mancano i soldi, non lo so. Lo dico come dato di fatto.

In fondo a questo articolo Il Cittadino pubblicherà a puntate, da oggi e nelle prossime settimane, il racconto delle persone che ho incontrato a Lipa e le loro storie.

Non si possono sintetizzare in poche righe. Posso anticipare qui che cosa mi hanno lasciato. Legami fraterni con persone che so non vedrò mai più in vita mia. La consapevolezza di quanto dentro di noi possa bruciare una fiamma di speranza e forza, anche quando sembra non ci sia più niente intorno.

E la percezione di queste persone proprio come persone, e non come cuccioli da accudire o, viceversa, carne da macello da smistare. Persone. Che scappano da guerre, regimi, o semplicemente paesi nei quali non hanno un futuro, e si ritrovano in emergenza. Persone come me e come voi, alle quali la vita ha dato un calcio alla sedia su cui erano sedute facendole ritrovare per terra, con l’esigenza di alzarsi, di mettersi in movimento. Persone brave e cattive, vivaci o spente, piene di speranza o già morte. 

Mi ha lasciato questo, un disegno e una moneta egiziana, che tengo sulla mensola perché quando la guardo mi ricorda l’importanza di tutto. 


Giorno 1 – Il campo migranti di Lipa non è l’inferno