Comunità diocesana
EDITORIALE – G8. Vittime e responsabili di violenza, vorrei farvi una domanda
UNA CITTÀ LACERATA DALLE VIOLENZE DEL G8 2001, UNA SOCIETÀ ATTONITA PER LA MORTE DI CARLO GIULIANI. LA PROPOSTA DELLA GIUSTIZIA RIPARATIVA SUI FATTI DEL G8
Dopo la morte di Carlo Giuliani, le torture alla Diaz e le altre violenze collettive messe in atto da molti dei protagonisti variamente schierati nei giorni che nel 2001 hanno ruotato intorno al G8, è arrivata la giustizia: ci sono stati gli arresti, i processi, le condanne. La domanda che pongo è molto semplice: le “vittime”, da un lato, e i “responsabili”, dall’altro – per non parlare della società civile – hanno sentito che “giustizia è stata fatta” rispetto agli eventi di quel luglio oramai lontano nel tempo?
Questa domanda vorrei rivolgerla direttamente a tutti gli attivisti che hanno sfilato per la città durante quella settimana, ai magistrati, alle forze dell’ordine, ai cittadini in primis, ovviamente, ai genovesi. La mia sensazione è che, nel 2026, venticinque anni dopo quegli avvenimenti, il cuore della giustizia non è ancora stato raggiunto. Riprendo le parole paradigmatiche della persona offesa di uno dei casi di lotta armata più processati e puniti della storia d’Italia, riportate ne “Il libro dell’Incontro” (Il Saggiatore, 2015): “Ci sono stati i processi e le condanne, eppure, per me non è cambiato niente. Non sento che mio padre abbia avuto giustizia, né mi sento consolata dal fatto che ci sono persone che hanno scontato anni di prigione”. È da qui, a mio giudizio, che anche a Genova occorre ripartire.
Una cosa è certa: i processi e le condanne non sono stati sufficienti a dare all’accaduto una narrazione collettiva. Donne, uomini, istituzioni che sono stati lacerati da una folle violenza inferta e subita attendono di potersi incontrare, se lo desiderano, in un “luogo terzo”, per co-costruire, aiutati da esperti di Giustizia riparativa, un racconto capace di contenere tutte le memorie congelate da quei tragici avvenimenti, che chiedono ancora di trovare senso dentro a una cornice che non è quella della politica, dei giudizi in un tribunale, del giornalismo, della saggistica anche dotta. “Giustizia è poter contare le persone per una”. Questo è il mio mantra.
Detto altrimenti, un piccolo gruppo di amici cultori della Restorative Justice desidera attivare una giustizia dell’incontro perché ritiene che anche Genova merita che ogni persona possa raccontare e ascoltare la testimonianza del suo “altro difficile”, in una dimensione collettiva. È solo la giustizia della parola e della narrazione che, dopo l’ineludibile celebrazione dei processi ordinari, potrà condurre, al temine del suo cammino. Se mai si attiverà – ad accordi riparativi (simbolici piuttosto che materiali) nei confronti delle vittime.
Adolfo Ceretti
Professore di criminologia, docente in Mediazione reo/vittima e mediazione sociale (Università Milano Bicocca), mediatore e formatore esperto in programmi di giustizia riparativa.