EDITORIALE – Trasformare i luoghi dell’esclusione in spazi di partecipazione

I MINORI STRANIERI NON ACCOMPAGNATI, I FATTI DI CRONACA IN S. FRUTTUOSO E QUINTO, LE COMUNITÀ EDUCANTI

Gli ultimi fatti di cronaca nei quartieri genovesi di San Fruttuoso e Quinto hanno riacceso i riflettori su una ferita aperta nel tessuto connettivo della nostra città. Gli episodi di microcriminalità e violenza urbana, che vedono troppo spesso protagonisti – sia come artefici che come vittime di circuiti di marginalità estrema – i minori stranieri non accompagnati (MSNA), non possono più essere liquidati come semplici problemi di ordine pubblico. Dietro la devianza, l’uso di sostanze e i fenomeni di violenza nei vicoli, si nasconde un vuoto relazionale e strutturale che interroga direttamente la responsabilità collettiva.
In questo scenario complesso, la risposta non può risiedere unicamente nella repressione, ma nella costruzione urgente di una comunità educante: una rete di soggetti capaci di farsi carico del bene comune, trasformando lo spazio urbano da teatro di scontro a laboratorio di inclusione.

La svolta di Prè: dall’abbandono alla Casa di Quartiere
Una risposta concreta a questa chiamata alle armi della pedagogia sociale arriva dal cuore del Centro storico. Lo scorso 12 giugno, presso l’Aula Magna dell’Università di Genova, si è tenuto il seminario “Immaginare una casa di quartiere. Comunità e rigenerazione urbana – Ex Scuola San Giuseppe di Prè”. Il progetto, avviato nel 2025 e che vede come capofila la Fondazione Auxilium insieme alla Cooperativa Il Melograno e all’Ateneo genovese, punta alla totale ristrutturazione e rifunzionalizzazione dell’ex plesso scolastico di via Prè 18. L’obiettivo non è semplicemente quello di restaurare un edificio, ma di applicare i principi della rigenerazione urbana a base culturale e sociale. Trasformare l’ex scuola in una Casa di Quartiere significa dare vita a un presidio educativo permanente, un presidio territoriale capace di accogliere, fare analisi del contesto e attivare percorsi di cittadinanza attiva. Coinvolgendo abitanti, studenti universitari, artigiani e il Terzo Settore, l’ex San Giuseppe punta a diventare l’antidoto principale alla solitudine.

La pedagogia dell’accoglienza: la lezione della Casa della Pace
Se Prè rappresenta la frontiera della sperimentazione urbanistica e pedagogica, le radici di questo approccio affondano nella storia della solidarietà diocesana. Uno dei punti di riferimento resta l’esperienza della “Casa della Pace – don Piero Tubino”, inaugurata da Fondazione Auxilium presso il Monastero dei Santi Giacomo e Filippo come segno permanente del Giubileo della Speranza. I testi e le linee guida della Casa della Pace insegnano che l’integrazione e la cura dei più giovani – inclusi i minori che arrivano soli in Italia dopo rotte migratorie drammatiche – non si riducono a una “messa alla prova” o a un posto letto. Educare al bene comune significa promuovere pratiche quotidiane di giustizia, mediazione dei conflitti e condivisione. In Auxilium emerge con chiarezza una visione: il minore fragile non è un elemento estraneo da contenere, ma un cittadino di domani da accompagnare attraverso la “terra sacra dell’Altro”, scoprendo nella vicinanza e nel lavoro di strada la chiave per disinnescare la violenza strutturale.

Unire le forze per il bene comune
La sfida che Genova si trova davanti nei prossimi mesi richiede il superamento della frammentazione. Università, istituzioni locali, parrocchie e cooperative sociali devono agire all’interno di un unico ecosistema. Il lavoro educativo non è una delega specialistica per addetti ai lavori, ma il collante necessario per ricostruire l’identità di una città che non vuole lasciare indietro nessuno. Solo trasformando i luoghi dell’esclusione in spazi di partecipazione – come si sta tentando di fare in via Prè – Genova potrà dirsi davvero una comunità che educa, protegge e genera futuro.

Emanuele Barisone
Direttore Fondazione Auxilium