Chiesa e Mondo
Lumen Gentium, oggi: identità e fraternità del presbitero
In dialogo con Mons. Piero Pigollo, Vicario episcopale per il Clero
Continua l’approfondimento della Costituzione dogmatica di Lumen Gentium. In particolare, il capitolo 3 che pone il ministero presbiterale nella sua relazione vitale con Cristo, nella comunione con il vescovo, nella fraternità tra confratelli e nel servizio al Popolo di Dio.
Ne abbiamo parlato con Mons. Piero Pigollo, Vicario episcopale per il Clero, che ci aiuta a rileggere il Concilio alla luce delle sfide attuali, tra cambiamenti pastorali, solitudine ministeriale e rinnovata chiamata alla comunione e alla corresponsabilità ecclesiale.
Lumen Gentium presenta il sacerdote come uomo configurato a Cristo Capo e Pastore. In che modo questa relazione con Cristo fonda e orienta oggi l’identità e il ministero del presbitero?
La configurazione a Cristo Capo e Pastore, come ci ricorda Lumen Gentium, non è un’idea astratta, ma il fondamento concreto della nostra identità. Il sacerdote non è anzitutto un “funzionario del sacro”, ma un uomo che appartiene a Cristo e che, attraverso il sacramento dell’Ordine, dipendendo dal Vescovo, in comunione con lui e con il Presbiterio, è chiamato a rendere visibile il suo modo di amare, di servire, di guidare, di donarsi.
Questa relazione orienta il ministero perché ci riporta continuamente all’essenziale: annunciare il Vangelo, celebrare i sacramenti e accompagnare le persone con lo stile stesso di Cristo, fatto di prossimità, misericordia e dono di sé. Senza una relazione viva con Lui, col Vescovo e con il Presbiterio, il ministero rischia di diventare solo attività “sterile”; (con Lui) solo nella comunione, anche la fatica diventa feconda.
Il capitolo 3 sottolinea il legame stretto tra presbiteri e vescovo “nella partecipazione all’unico sacerdozio di Cristo”. Quali sfide e quali opportunità vedi oggi nel vivere concretamente questa comunione nella vita diocesana?
La comunione con il Vescovo e con il Presbiterio è una dimensione costitutiva del nostro essere presbiteri. La sfida principale oggi è viverla non solo in termini formali o organizzativi, ma come una reale corresponsabilità pastorale. In un tempo di complessità e di cambiamento, questo richiede dialogo sincero, fiducia e stima reciproca, capacità di ascolto.
L’opportunità, però, è grande: una comunione vissuta autenticamente rende la Chiesa diocesana più unita, più credibile, più missionaria e generante. Quando presbiteri e vescovo camminano insieme, pur nella diversità e nella sintonia dei ruoli, si testimonia che l’autorità nella Chiesa è sempre servizio alla comunione.
Lumen Gentium richiama la fraternità sacramentale tra i sacerdoti. Come può questa fraternità diventare una reale esperienza di sostegno umano, spirituale e pastorale, soprattutto in un tempo di maggiore solitudine ministeriale?
La fraternità presbiterale non è opzionale, ma nasce dal Vangelo e dal sacramento che condividiamo. Perché diventi reale, deve tradursi in scelte concrete: tempo donato agli altri, condivisione della vita e non solo del lavoro, preghiera fatta insieme, capacità di portare i pesi gli uni degli altri.
In un tempo in cui la solitudine ministeriale è più avvertita, la fraternità può diventare un vero luogo di guarigione: sapere di non essere soli, di poter parlare con sincerità delle proprie fatiche, di essere accolti senza giudizio. Questo non indebolisce il ministero, ma lo rende più umano e più evangelico.
Il Concilio afferma che i presbiteri sono al servizio del Popolo di Dio e non al di sopra di esso. Che cosa significa, oggi, esercitare un’autorità autenticamente evangelica nella relazione con i fedeli laici?
Esercitare un’autorità evangelica significa anzitutto riconoscere che il Popolo di Dio è soggetto attivo della vita della Chiesa. Il presbitero è chiamato a guidare, sì, ma come pastore che cammina e cresce con il suo popolo, non come qualcuno che domina o decide da solo.
Oggi questo si traduce nello stile dell’ascolto, del discernimento condiviso e della valorizzazione dei carismi laicali. Un’autorità evangelica non si impone, ma si guadagna con la credibilità della vita, la coerenza e la capacità di servire senza cercare riconoscimenti.
Alla luce di Lumen Gentium, quale stile di vita presbiterale ritiene più urgente promuovere oggi per aiutare i presbiteri a essere segni credibili di comunione tra Cristo, la Chiesa e il mondo?
Credo che oggi sia urgente promuovere uno stile di vita presbiterale anzitutto di comunione col Vescovo e con il Presbiterio, semplice, fraterno e spiritualmente radicato. Un prete che prega, che vive relazioni autentiche e che non ha paura della sobrietà diventa un segno credibile in un mondo spesso segnato da individualismo e superficialità.
Uno stile di comunione – con Cristo, con il vescovo, con i confratelli e con il popolo – non è solo una testimonianza interna alla Chiesa, ma un vero annuncio al mondo ed è già “pastorale vocazionale”: mostra che il Vangelo è capace di generare relazioni nuove e una speranza concreta per tutti; diversamente è illusoria e sterile.
