Il palcoscenico oltre le sbarre

La realtà del Tetro dell’Arca all’interno del carcere di Marassi

Il Teatro dell’Arca, costruito all’interno del carcere di Marassi tra il 2013 e il 2016, è un’esperienza unica in Europa: un teatro realizzato dentro una struttura detentiva e aperto anche alla città. Una parte importante della struttura è stata costruita proprio grazie al lavoro dei detenuti. Qui il teatro non è intrattenimento. È relazione, responsabilità, disciplina. Da oltre vent’anni l’associazione Teatro Necessario porta avanti laboratori teatrali e corsi professionali rivolti ai detenuti: recitazione, scenotecnica, illuminotecnica, fonica, costumi. Attività che insegnano competenze concrete ma, prima ancora, restituiscono fiducia e dignità.
Carlo Imparato, anima storica del progetto e Vicepresidente e Coordinamento Organizzativo nell’Associazione, parte da un dato preciso: “La recidiva media in Italia è tra il 67 e il 68%, mentre crolla al 7% per i detenuti che seguono attività culturali come scuola e teatro”. Un numero che racconta più di molte teorie.

il Teatro dell’Arca riesce ogni anno a coinvolgere migliaia di persone. Solo Antigone (l’ultimo spettacolo andato in scena nel mese di maggio) è stato visto da circa settemila spettatori, tra pubblico e scuole. La compagnia entra anche negli istituti scolastici con incontri dedicati all’educazione alla legalità insieme a ex detenuti. Accanto ai laboratori di recitazione ci sono quelli tecnici: illuminotecnica, scenografia, fonica, costumi. “Formiamo professionisti veri”, racconta Imparato. “Uno dei nostri tecnici oggi lavora al Teatro Ivo Chiesa”. Un segno concreto di come il teatro possa diventare occasione di reinserimento lavorativo. Le difficoltà, però, restano enormi. “Il problema principale è la carenza di personale di polizia penitenziaria. Senza la disponibilità degli agenti sarebbe impossibile fare spettacoli e tenere aperto il teatro”. Eppure il pubblico continua a rispondere con entusiasmo, con liste d’attesa e richieste continue. Tra le esperienze più significative dell’ultimo anno c’è stata anche la partecipazione di un giudice al laboratorio teatrale. “Non ha mai chiesto a nessuno perché fosse in carcere. Si è comportato come un compagno di lavoro”.
Ed è forse questo il miracolo più grande che accade a Marassi: in un luogo costruito per separare, il teatro continua ostinatamente a creare legami. Restituendo alle persone qualcosa che il carcere rischia spesso di cancellare: un volto, una voce, un nome.

L’articolo integrale è disponibile sul n. 20