100 anni di Giornata Missionaria!

Venerdì 16 ottobre alle ore 18 la S. Messa nella Chiesa della Consolazione presieduta dall’Arcivescovo

Domenica 18 ottobre la Chiesa celebra la centesima Giornata Missionaria Mondiale, istituita da Pio XI un secolo fa. Il tema, «Uno in Cristo, uniti nella missione», riprende il motto di papa Leone XIV, In illo uno unum, e ricorda che per il Battesimo ciascuno di noi è chiamato, secondo la propria vocazione e i doni ricevuti, a partecipare alla missione evangelizzatrice, «che è sempre opera dell’amore». Proprio un anniversario così importante obbliga però a una domanda scomoda. Usiamo troppo spesso l’aggettivo «missionario» e il sostantivo «missione», a volte a sproposito, a volte perché suonano bene, e vi agganciamo parole come fraternità, comunione, sinodalità, pace, condivisione. Sono parole vere, ma a forza di ripeterle diventano luoghi comuni che non annunciano più nulla.

Per ritrovare la strada conviene tornare all’origine del termine: missione significa invio. Prima di essere un nostro progetto è l’opera di Dio, che manda il Figlio e, con il Figlio, lo Spirito e i discepoli. Se comprendessimo davvero che essere mandati è ciò che Dio compie in noi, tutto prenderebbe un altro sapore, e da organizzatori di iniziative missionarie diventeremmo persone che si lasciano inviare.
Guardare questi cento anni con gli occhi dell’invio significa riconoscere quanto sia cambiato il modo di partire. I pionieri lasciavano la loro terra per sempre, dopo mesi di viaggio, e restavano legati a casa solo da rare lettere. Spesso erano volti sconosciuti, eppure hanno ricostruito intere società. Oggi si parte dopo aver studiato lingua e cultura, e la rete ci rende subito vicini a chi è lontano, ma con il rischio di un’informazione che divide e strumentalizza.

Eppure, sotto queste trasformazioni, l’invio è rimasto lo stesso: è cambiato il mondo, non la fedeltà dei missionari al Vangelo. Abbiamo piuttosto compreso meglio chi è mandato e dove. È mandata una comunità, non un singolo. Ed è mandata là dove Dio la precede: il Concilio Vaticano II ci ha insegnato a riconoscere in ogni cultura i «semi del Verbo», e chi parte sa di arrivare dove Dio è già presente. Per questo la missione comincia dall’incontro e dall’ascolto: non si impone una verità, si aiuta a far germogliare ciò che Dio ha seminato. Il dialogo non sostituisce l’annuncio, ma lo rende credibile, perché chi è inviato offre con umiltà un nome, Gesù Cristo.

Se a essere inviata è la comunità, allora nessuna delle nostre parrocchie può restare spettatrice. Le Pontificie Opere Missionarie custodiscono questa coscienza e il metodo di cooperazione proposto dal Concilio: sostenere non un singolo missionario, ma tutti, come un’unica grande famiglia. La colletta della Giornata ne è il segno più concreto. Anche nelle comunità segnate ogni giorno da grandi bisogni, aiuta il popolo di Dio a sentirsi parte della Chiesa universale. Le offerte raccolte in tutte le diocesi del mondo, comprese le più povere, confluiscono nel Fondo Universale di Solidarietà delle POM, che sostiene le Chiese più bisognose.
Cento anni sono pochi, se si pensa a quanto servizio è stato reso prima e dopo questa data, ma bastano a ricordarci che la missione non è una moda né un aggettivo da applicare a ogni attività. È l’invio di Dio, che ci raggiunge e ci chiede di partire, anche senza muoverci da casa, verso chi attende ancora il Vangelo dell’amore.