Comunità diocesana
Una pace disarmata. Porto e portuali, città e chiesa
La pace come responsabilità concreta, da vivere nella Chiesa e nella città, davanti alle guerre che attraversano il nostro tempo
Nello scorso fine settimana ho preso parte ad alcuni incontri, differenti tra loro nella funzione e per contesto, ma collegati da un tema determinante quanto logorato dai fatti: la costruzione, l’impegno e la testimonianza della pace. Come vicario episcopale per la comunione ecclesiale e la sinodalità ho partecipato all’incontro con i facilitatori e le facilitatrici dell’ormai prossimo percorso dei 5 Sabati di Formazione Diocesana; ho condiviso le celebrazioni per gli 800 anni di S. Francesco di Assisi; e ho seguito l’incontro promosso dall’USB – Unione Sindacale di Base e dal CALP – Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali che ha riunito a Genova organizzazioni sindacali, movimenti e persone dall’Italia e dall’estero in vista dello sciopero internazionale del 30 ottobre, per dire no ai porti del Mediterraneo come luoghi di movimentazione di armi destinate alle guerre nel mondo, con particolare riferimento allo scenario israelo-palestinese ma non solo.
Immagino venga spontaneo separare nettamente le prime due circostanze dalla terza, per non correre il rischio di confondere la pace di Cristo con la pace degli uomini, magari arrabbiati, anche lontani dalla vita della Chiesa. Ma separare è più insidioso: il rischio è confinare la pace di Cristo in una spiritualità astratta e intimista e di negare il nostro impegno di costruttori di pace nelle dinamiche della città e del mondo in cui viviamo e testimoniamo il Vangelo. Papa Francesco, al contrario, ci invitava a vivere la Chiesa come “ospedale da campo”. È per questo che, già il 30 agosto 2025, c’erano tantissimi cristiani tra i 50.000 che parteciparono a Genova alla marcia per la partenza della Global Sumud Flotilla con i beni raccolti grazie a Music for Peace. La Chiesa di Genova presenziò a quella serata e il successivo 27 settembre anche il Vescovo prese la parola alla manifestazione in piazza Matteotti.
Sono giorni sensibili: il 7 ottobre ricorrono tre anni dal massacro di oltre 1.200 cittadini israeliani da parte di Hamas e dal rapimento di altri 250, di cui solo 168 sono tornati vivi a casa. Un abisso di dolore che ne ha richiamato un altro, nel quale sono stati inghiottiti oltre 75.000 palestinesi fino ad oggi. Non smettono di procurare morte e distruzione la guerra russa contro l’Ucraina e molte altre guerre regionali, spesso nel continente africano. Le cancellerie di mezzo mondo, in particolare quelle europee, sentono come doveroso potenziare gli armamenti, destinare più risorse per prepararsi alla guerra. La lezione della Seconda Guerra Mondiale sembra quasi dimenticata, anche da tanti leader politici nel mondo che fanno della disgregazione europea un’ambizione. Ancora una volta sembra preferibile divedersi, chiudersi, remigrare… Ancora una volta la pace è vista come equilibrio tra potenze armate. Papa Leone, invece, ha fatto della pace di Cristo la prima parola disarmata da annunciare al mondo e ci ha ricordato una conseguenza semplicissima che sembra così incomprensibile agli interessi di molti potenti: “Se vuoi la pace, prepara la pace”.
Nell’incontro con i facilitatori e le facilitatrici della Formazione Diocesana abbiamo condiviso il testo di Luca 10, dove Gesù invia i 72 discepoli ad annunciare “Pace a questa casa” e “Pace alle città”, una profezia (parlare in nome di Dio) di speranza e di denuncia, un appello a ravvedersi (“scuotete la polvere dai vostri piedi”). Gli 800 anni di San Francesco, il 3 e 4 ottobre scorsi, non hanno segnato una ricorrenza ma ci trasmettono una eredità viva di pace, potente perché disarmata, feconda perché povera e umile, autentica perché fondata in Dio e aperta a tutti, senza nulla di proprio, nulla da difendere. Francesco ci rivolge e ci ripete la benedizione più piena: “Il Signore ti dia pace”. Proprio Francesco ci accompagnerà nei 5 Sabati formativi per aiutarci ad essere “radicati e costruiti in Cristo” (titolo del documento della Conferenza Episcopale Italiana).
“Il Signore vi dia pace”. È questa la frase che annunciamo alla vita delle donne e degli uomini di oggi, alla vita della nostra città, del nostro porto, dei suoi lavoratori che più di altri sono a contatto con carichi di guerra. Siamo tutti coinvolti. La pace è una responsabilità collettiva, una strada comune da trovare, un dialogo da presidiare nel quale la nostra chiesa porta il suo messaggio e il suo sguardo trascendente: “Non parole gridate – ci ricorda papa Leone – non comportamenti esibiti, non slogan religiosi usati contro le creature di Dio. Abbiamo fede che la preghiera cambi la storia dei popoli. I luoghi di preghiera siano tende dell’incontro, santuari di riconciliazione, oasi di pace” (Discorso alla presenza dei leader religiosi per l’incontro di preghiera per la pace promosso dalla Comunità di S. Egidio, Roma, Colosseo, 28 ottobre 2025).
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Vicario episcopale
per la sinodalità
e la comunione ecclesiale