Comunità diocesana
Un solo cuore per costruire il futuro
Le Diocesi di Genova e Bouar insieme per lo sviluppo di una università locale
Non solo aiuti, ma formazione, competenze e occasioni concrete per costruire il futuro nel proprio Paese. È questa la prospettiva che anima il progetto di collaborazione tra l’Arcidiocesi di Genova e la Diocesi di Bouar, nella Repubblica Centrafricana, con l’obiettivo di sostenere lo sviluppo della realtà universitaria locale e accompagnarla verso la nascita di un vero e proprio ateneo. A raccontare origini, obiettivi e prospettive del progetto è don Francesco Quell’Oller, sacerdote genovese impegnato in questo contesto e promotore di un percorso che intreccia missione, formazione accademica e promozione umana. Dopo il primo corso di laurea in Filosofia, l’ambizione è ampliare progressivamente l’offerta formativa, coinvolgendo docenti, professionisti e giovani universitari anche della nostra Diocesi.
Un’esperienza che guarda alla Repubblica Centrafricana, ma interpella anche la Chiesa di Genova: perché mettere a disposizione conoscenze e competenze significa costruire relazioni, favorire uno sviluppo sostenibile e offrire ai giovani una nuova forma di partecipazione alla missione della Chiesa. Nel segno di Beoko, ‘un solo cuore’: un cammino condiviso tra Chiese sorelle.
Don Francesco, come nasce il progetto di sostegno alla realtà formativa della Diocesi di Bouar e perché l’Arcidiocesi di Genova ha scelto di impegnarsi?
Il progetto affonda le sue radici nella lunga storia della presenza missionaria genovese in Africa. I primi missionari cappuccini e carmelitani non si limitarono all’evangelizzazione, ma si impegnarono anche nella promozione umana, fondando scuole primarie e secondarie e arrivando fino alla formazione superiore. Un passaggio importante è avvenuto nel 2017, quando i frati cappuccini centroafricani hanno ottenuto il riconoscimento, da parte dell’Università di Bangui, del corso di laurea in Filosofia dello studentato di Bouar. I rapporti tra Genova e Bouar sono dunque profondi e consolidati nel tempo. Anche la struttura di Saint-Laurent, che oggi ospita il corso di Filosofia e che aspira a diventare un vero e proprio ateneo, nasce dalla presenza missionaria ligure: fu fondata dal cappuccino padre Agostino Bassani e inaugurata nel 1994. Il progetto universitario nasce quindi da una storia di collaborazione, ma anche dal dialogo recente tra l’arcivescovo Marco Tasca e il vescovo di Bouar, Mirek Gučka. E non vuole essere un semplice aiuto a senso unico: può diventare un’opportunità importante anche per la Diocesi di Genova. Lo dimostra il coinvolgimento di giovani professionisti, docenti e studenti genovesi. L’esperienza sta aprendo uno spazio nuovo anche per la pastorale, perché permette di incontrare i giovani proprio nel loro ambiente di studio e di formazione e di proporre loro una dimensione missionaria legata alle competenze e al servizio.
Che cosa può cambiare, concretamente, nella vita di un giovane centroafricano la possibilità di studiare all’università senza lasciare il proprio Paese?
Significa innanzitutto non essere costretto a emigrare. Ma significa anche contribuire allo sviluppo del proprio Paese, valorizzandone le risorse minerarie, agricole e industriali senza lasciarle nelle mani di chi le sfrutta. Per questo il nostro Pontedecimoprogetto punta anche alla decentralizzazione universitaria: un giovane di Bouar non dovrebbe essere costretto a trasferirsi nella capitale per poter frequentare l’università. Se vogliamo che le diverse realtà del Paese crescano, è necessario formare persone che possano poi tornare e mettere le proprie competenze a servizio delle comunità di origine. C’è poi un elemento per noi fondamentale: la formazione universitaria deve essere sostenuta dai valori della fede cristiana. Non vogliamo soltanto formare professionisti capaci di costruire la propria carriera, ma persone che mettano le proprie competenze a servizio degli altri, degli ultimi e del bene comune. In un contesto segnato dalla povertà, dalle disuguaglianze e dallo sfruttamento delle risorse, l’università può diventare uno strumento concreto per costruire uno sviluppo condiviso e sostenibile.
L’intervista integrale su Il Cittadino n. 30
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