EDITORIALE – Povertà e lavoro. La partita della vita è truccata

LA MORTE IN STRADA DI UNA PERSONA SENZA DIMORA. LA PROTESTA DEI LAVORATORI EX-ILVA. ADVOCACY E CORRESPONSABILITÀ

Nella notte tra il 9 e 10 ottobre un uomo cinquantenne in condizione di senza dimora è morto solo, appoggiato al muro esterno di un supermercato a Molassana. Lunedì 12 ottobre, a Cornigliano, i lavoratori di Acciaierie d’Italia hanno dato avvio alle manifestazioni di protesta di fronte alla prospettiva di non avere acciaio da lavorare, conseguenza dello spegnimento dello stabilimento di Taranto, nel quadro di una delle più gravi urgenze nazionali. La stessa vertenza dei lavoratori Ericsson, pur essendo rientrati i licenziamenti, è tutt’altro che risolta a favore del lavoro.

Fatti gravi in apparenza diversi e che, in realtà, rimandano tutti al tipo di città, di società e di Paese che vogliamo essere. Vicende che riportano al centro il rapporto tra bene individuale e bene comune, tra povertà, impoverimento e lavoro, tra advocacy, corresponsabilità, cura della fragilità e promozione della persona a cui ognuno di noi è chiamato.

Da tempo si diffonde l’idea che la povertà sia, almeno in parte, una colpa personale: di chi non ha fatto abbastanza, di chi non si è impegnato come avrebbe dovuto. È una lettura che riguarda soprattutto chi vive in condizioni di grave marginalità, e che forse non abbiamo contrastato con la decisione necessaria. Dire che chi vive per strada e chiede l’elemosina dovrebbe andare a lavorare è, in apparenza, semplice. Ma chi queste persone le conosce, per esperienza di volontariato o per ragioni professionali, sa che affermazioni del genere servono soprattutto a tranquillizzare la coscienza di chi le pronuncia. Giustificano un disinteresse che finisce per condannare ulteriormente chi lo subisce. È difficile sottrarsi a questa logica quando si accetta di trasformare la società in una competizione permanente, che premia chi ottiene più successo. Dietro la retorica del merito, però, si nasconde una competizione tra squadre che non partono mai alla pari. Nello sport agonistico vince chi si impegna, si disciplina e raggiunge il risultato prefissato; il successo coincide con la vittoria sugli avversari.

Applicare lo stesso schema alla società, invece, significa ignorare ciò che rende la “partita della vita” profondamente ingiusta: sul campo non si affrontano due squadre con le stesse opportunità. Da una parte ci sono persone che, in misura diversa, hanno frequentato buone scuole, ricevuto sostegno educativo, coltivato i propri talenti e vissuto in contesti favorevoli. Dall’altra ci sono persone che competono senza un’adeguata preparazione, gravate da pesi ereditati, materiali e relazionali, che rendono spesso quasi impossibile rispondere alle aspettative della comunità.

Il ceto medio scivola verso la povertà
Oggi la realtà mostra qualcosa di ancora più preoccupante: una quota sempre più ampia del ceto medio sta scivolando verso la povertà. Sempre più famiglie con un lavoro regolare e dei figli faticano a sostenere i costi della vita quotidiana. Le incontriamo negli stessi luoghi che erano nati per accogliere le persone più fragili. È qui che si vede con più evidenza quanto la partita sia truccata e quanto il risultato sembri scritto prima del fischio d’inizio. La logica della competizione, orientata solo alla vittoria individuale o del proprio gruppo, spinge chi parte avvantaggiato a conservare e ampliare la propria posizione. È come se, nello stesso campionato, una squadra di serie A dovesse sfidare un gruppo di bambini: in una qualsiasi competizione sportiva ufficiale susciterebbe indignazione. Eppure è ciò che accade ogni giorno, anche nella nostra città. Interessi concentrati nelle mani di pochi
“Se vuoi la pace, prepara la guerra”. Sembra essere questa massima, ampiamente smentita dalla storia, a dominare la retorica delle politiche europee di difesa. Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo e rappresentante italiano di ICAN, la campagna per l’abolizione delle armi nucleari, Nobel per la Pace 2017, sarà a Genova venerdì 16 ottobre, alle 17 a Palazzo Ducale, per l’incontro “Dalla deterrenza nucleare al disarmo: il percorso verso un mondo libero dalla guerra”, promosso dal Centro Culturale di San Marcellino, SMacc arte-cultura-creatività, in collaborazione con Palazzo Ducale – Fondazione per la Cultura, l’Organizzazione “Colorier l’Avenir” di Ginevra, la Rete Italiana Pace e Disarmo e la stessa ICAN.
Vignarca, assistiamo a una corsa agli armamenti propagandata come necessità esistenziale; chi dissente viene liquidato come ingenuo. Quali sono gli argomenti di chi propone il disarmo?
Chi spinge per il riarmo lo presenta come inevitabile per non doverne dimostrare l’efficacia. Le spese militari mondiali sono raddoppiate dall’inizio del secolo, eppure aumentano guerre e vittime civili. I conflitti si allargano e si internazionalizzano, la teoria della deterrenza mostra i suoi limiti. Come cristiani possiamo partire dalla scelta evangelica della nonviolenza, ma anche sul piano razionale preparare la pace con la forza non funziona. Servono alternative più efficaci. individui o di grandi gruppi finanziari usano gli enormi strumenti di cui dispongono per garantirsi una vittoria che non coincide più con il bene comune, ma con l’aumento dei profitti, l’accumulo di potere e la conservazione di una permanente superiorità. Stringere rapporti di amicizia e condivisione con chi vive in condizioni di svantaggio, con chi subisce discriminazioni e chiede aiuto, ci impone di prestare la voce a questa verità. Ed è una chiave di lettura utile per capire molti dei problemi che riempiono le pagine dei giornali.

Chi paga la crisi e chi ci guadagna
Si pensi all’aumento dei prezzi dei carburanti e alle molte cause che hanno portato all’attuale situazione economica. I costi della crisi ricadono soprattutto sulla classe media, sui lavoratori dipendenti e sui redditi bassi: categorie che non possono aumentare i propri guadagni per compensare il rincaro delle spese. Non si può però ignorare che c’è anche chi da questa situazione trae enormi profitti, per non parlare di chi lucra sul commercio delle armi. A chi subisce le conseguenze della crisi viene chiesto invece di stringere ulteriormente la cinghia, di cercare un secondo lavoro, di rinunciare a quella dignità che appartiene ad ogni essere umano.
Se alla protesta contro queste ingiustizie si risponde con più controllo e più repressione, è doveroso ribadire, con la forza della fede in Cristo, le parole di papa Leone XIV: «L’odio e la violenza rischiano, come un piano inclinato, di tracimare finché la miseria si espande tra i popoli». «Non possiamo più tollerare ingiustizie strutturali per cui chi più ha, ha sempre di più e, viceversa, chi meno possiede diventa sempre più povero». «Proprio il desiderio di comunione, il riconoscerci fratelli, è antidoto a ogni estremismo» (Leone XIV, “La forza del Vangelo – La fede cristiana in 10 parole”, Lev, 2025).

*Direttore Caritas Diocesana di Genova