Chiesa e Mondo
La crisi ecologica è anche una questione di fede
La crisi ambientale non riguarda soltanto la scienza, l’economia o le scelte politiche: per il cristianesimo è, prima di tutto, una questione teologica. È questa la prospettiva proposta dalla Commissione teologica internazionale nel nuovo documento Prendersi cura della nostra Casa comune: risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario, approvato nel luglio scorso e pubblicato dopo l’autorizzazione del Dicastero per la Dottrina della fede.
Il documento invita a superare l’espressione «peccato ecologico» per parlare più radicalmente di “peccato contro il creato e contro il Creatore“. Il motivo è chiaro: il modo in cui l’uomo tratta la Terra non è moralmente neutro. Nel creato è impressa la Trinità e, dunque, ogni rapporto con la natura coinvolge anche il rapporto con Dio. Distruggere, inquinare, sfruttare senza misura significa quindi tradire una responsabilità ricevuta.
La Commissione rifiuta però sia un antropocentrismo predatorio, che considera l’uomo padrone assoluto della natura, sia le prospettive che arrivano a escludere l’essere umano dal ruolo centrale che gli è proprio. Propone invece quello che viene definito “antropocentrismo situato“: l’uomo rimane collaboratore di Dio nella cura del creato, ma non ne è il proprietario. È chiamato piuttosto a essere amministratore e servitore.
La responsabilità, inoltre, non può essere ridotta alle sole scelte individuali. Il degrado ambientale assume una dimensione sociale e strutturale, che chiama in causa istituzioni, sistemi economici e stili di vita. Per questo il documento collega la tutela del creato all’attenzione verso i poveri: non è possibile separare la cura della Terra dalla giustizia sociale. Anche l’acquisto quotidiano diventa una scelta morale e la sobrietà dei consumi assume il valore di una forma concreta di ascesi.
Particolare attenzione viene riservata alla responsabilità dei Paesi più ricchi. La transizione ecologica non può infatti tradursi nell’imposizione di sacrifici sproporzionati ai Paesi più poveri, mentre le società economicamente più avanzate continuano a difendere livelli elevati di consumo. La responsabilità deve essere quindi differenziata e solidale.
La prospettiva conclusiva è quella di una conversione ecologica che sia anche spirituale. La custodia della Casa comune non viene presentata come una nuova ideologia, ma come una conseguenza della fede nel Dio Creatore. In questa prospettiva, l’esempio di san Francesco d’Assisi acquista un significato particolarmente attuale: riconoscere il creato come dono significa imparare a custodirlo, condividerlo e restituirlo a Dio.