Chiesa e Mondo
EDITORIALE – Pace è dare ai piccoli il diritto di guidarci
Ad Haiti, mentre attorno infuria la guerra, i bambini giocano e parlano al mio cuore
Vedere i miei bambini giocare sul prato della nostra scuola durante la ricreazione o i sorrisi dei piccoli meravigliosi pazienti delle sedute di fisioterapia o i volti amici degli anziani che riprendono a camminare mi colma di gioia. Il giardino del nostro centro di riabilitazione è carico di fiori ed al centro del giardino un magnifico mandorlo dispiega i suoi rami carichi di foglie per darci ombra.
Anche i colibrì amano questo luogo, danzano fra i fiori e si presentano rimanendo immobili davanti a noi, nonostante e grazie alla prodigiosa velocità del battito delle loro ali. Il paese è in stato di guerra, ma noi viviamo in un’oasi di Pace. Fuori di qui c’è un popolo che vuole vivere, non sopravvivere, e lo dimostra in tutti i modi e con tutte le forze, con tutta la resilienza possibile ad un essere umano.
In capitale e in troppe altre località continua la battaglia contro i banditi che spadroneggiano. Violenza, armi da guerra, droni, sangue. Secondo gli ultimi dati dell’ONU in Haiti abbiamo un milione e mezzo di rifugiati interni, persone che hanno dovuto abbandonare in tutta fretta le loro case per sfuggire agli attacchi dei banditi e salvare almeno la propria vita, rifugiandosi dove possibile; sempre l’ONU afferma che sono stati ufficialmente registrati nei primi cinque mesi dell’anno almeno 2.310 morti per la violenza delle gang. Non dimentichiamo i rapimenti e le violenze su donne e bambine; non dimentichiamo il reclutamento di centinaia e centinaia di minori fra le fila delle gang.
Qui nella zona rurale dove abito tantissime persone nuove vengono ad abitare, cercando un posto in cui vivere al sicuro. Non ci sono banditi. C’è una spaventosa corruzione che dilaga e cresce e lascia la gente in balia del più forte, economicamente o politicamente. La gente semplice teme la mancanza di giustizia, anzi, l’ingiustizia di cui è vittima; la gente normale ha paura anche delle presenze che dovrebbero garantirla, tribunali, polizia, come ha paura dei banditi. Terribile.
I miei bambini che giocano insieme, felici, a ricreaPapa
Francesco, nella sua visione profetica, da alcuni anni ha stimolato alcuni attori operanti nel Mediterraneo, in primis i vescovi, ma anche i teologi, i filosofi e in special modo i giovani, a impegnarsi nel costruire una civiltà mediterranea pensata, meditata, ma soprattutto vissuta nel concreto. Come ci ha abituato a fare, papa Francesco ha dato inizio ad un processo che si sta costruendo pian piano, attraverso vari appuntamenti e relazioni che si sono intrecciate via via in questi anni, con l’obiettivo di aiutare tutte le popolazioni, tutte le nazioni che si affacciano sul Mediterraneo a sentirsi parte di qualcosa di comune, a sentirsi parte addirittura di un luogo teologico, di uno spazio che, come è stato per il processo sinodale in Amazzonia, ripensi un territorio al di là dei confini nazionali, culturali e perfino religiosi.
In questo percorso si inserisce MED26, l’appuntamento vissuto a Barcellona dal 9 al 12 giugno. È un processo che è stato fatto suo anche da Papa Leone, tanto che il papa ha voluto incontrare nel suo vaggio apostolico in terra spagnola i partecipanti a zione continuano a farmi riflettere e parlano al mio cuore. Sono bambini disabili intellettualmente e fisicamente, sono i più fragili della nostra comunità, ma trasformano questa casa in un’oasi di Pace. Loro sono il cuore che batte delle tante nostre attività, il fulcro delle forze che dispieghiamo per intervenire in questa comunità come missionari e come cristiani.
Il nostro modo di costruire Pace è dare ai piccoli, agli ultimi il diritto di guidarci in una quotidianità di servizio che diventa un cammino insieme.
La Pace è una meta, ma la Pace è il Cammino stesso. Insieme ai più fragili, la bussola che il Signore ci dona per arrivare a Lui, costruendola con i nostri piccoli gesti possibili, già la viviamo.