Comunità diocesana
Missione interdiocesana di Cuba. L’esperienza di un giovane ‘missionario’ chiavarese
Nelle scorse settimane, un piccolo gruppo di giovani della Diocesi di Chiavari ha accompagnato don Maurizio Prandi nella missione interdiocesana di Cuba, dove sono presenti come fidei donum il genovese don Andrea Decrescenzo e il chiavarese don Claudio Arata. L’obiettivo era quello di portare aiuti e medicinali, ma anche un segno di presenza e vicinanza alle comunità della missione. Al ritorno in Italia, abbiamo incontrato Alessandro Bavestrello, uno dei giovani “missionari”, che ha vissuto per la prima volta l’esperienza a Cuba. Un viaggio fatto di incontri, preghiera, aiuti concreti, ma anche un’esperienza che, come racconta Alessandro, ha rimesso in ordine la sua “bussola” sulle cose che contano davvero.
Alessandro, perché hai scelto di partire per Cuba?
Negli anni scorsi avevo sempre seguito con interesse i ragazzi della Diocesi di Chiavari, provenienti dalle diverse parrocchie, che partecipavano al progetto promosso da don Maurizio Prandi. Li vedevo partire e, lo ammetto, li guardavo quasi con un po’ di invidia, perché mi sarebbe sempre piaciuto vivere un’esperienza missionaria a Cuba. Diversi anni fa avevo già partecipato a un’esperienza simile in Africa e anche lo scorso anno ero tornato in Africa per un’esperienza di volontariato. Sono esperienze che mi hanno lasciato tanto, che mi hanno arricchito e che mi hanno fatto tornare a casa con qualcosa in più.
Che cosa ha significato vivere questa esperienza insieme ad altri giovani?
È stato bello. Potevamo condividere quotidianamente le nostre impressioni, le risate ma anche sostenerci di fronte a quelli che potrei definire dei veri e propri “pugni nello stomaco”: situazioni di grande povertà e condizioni poco dignitose per la persona. In quei momenti avere accanto qualcuno con cui parlare, confrontarsi e semplicemente condividere quello che si stava vivendo è stato un sostegno importante.
Qual è stata la prima cosa che ti ha colpito arrivando a Cuba?
Sicuramente ho incontrato un Paese con tanta povertà e tante piccole comunità. Ma, allo stesso tempo, quello che mi ha sorpreso è stata l’accoglienza: sempre con il sorriso e con una grande gratitudine. Una delle cose che ho percepito maggiormente è stata proprio la riconoscenza nei confronti della missione italiana. Non soltanto verso don Claudio Arata e don Andrea De Crescenzo, ma verso tutti i sacerdoti fidei donum che si sono susseguiti in questi vent’anni di missione. Ognuno ricordava magari un aneddoto, un momento particolare vissuto con uno di questi sacerdoti. Di settimana in settimana tornavamo nelle stesse comunità e le persone si ricordavano di noi, delle cose che avevamo raccontato, del nostro lavoro e della nostra vita quotidiana in Italia. Ci avevano già fatto spazio nel loro cuore. Quando siamo ripartiti, gli abbracci e i saluti sono stati molto emozionanti. Ci hanno detto: «Cuba sarà sempre un po’ la vostra casa, vi accoglieremo sempre a braccia aperte. Anche se siamo distanti, i nostri cuori sono vicini». È una frase che mi ha davvero toccato.
Avete portato anche aiuti concreti dall’Italia. Che cosa hai provato nel consegnarli?
Le persone erano molto grate per tutti gli aiuti che avevamo portato, soprattutto per i medicinali. La loro distribuzione era molto mirata: alcune persone delle comunità raccolgono i nomi di chi ha bisogno di farmaci specifici e poi provvedono a consegnarli direttamente. Abbiamo portato anche giochi per i bambini e beni di prima necessità, soprattutto nelle comunità rurali più difficili da raggiungere. Alcune si trovano a circa un’ora dal primo centro abitato. Sono comunità molto sperdute, ma piene di bambini e di persone che spesso non hanno la possibilità di spostarsi per acquistare ciò che serve. Per questo anche una cosa semplice come una saponetta, un dentifricio o uno spazzolino può diventare importante. Lo stesso vale per un piccolo gioco: una trottolina di legno o un aeroplanino da montare, oggetti semplicissimi per noi, possono rappresentare qualcosa di speciale per un bambino. Don Maurizio Prandi ha detto una frase che mi ha colpito molto: «Qui noi non abbiamo portato niente. Ma è comunque qualcosa».
Come si svolgevano le vostre giornate nelle comunità?
Le nostre giornate sono state soprattutto incontri. Abbiamo visitato le diverse comunità della zona pastorale, incontrato malati e anziani, portato gli aiuti e vissuto momenti di preghiera. A volte eravamo in poche persone, in case private messe a disposizione dalla gente; altre volte in piccole cappelle costruite dalla missione nel corso degli anni. Mi ha colpito molto ciò che don Maurizio ci ha fatto capire: anche se a una celebrazione partecipa una sola persona, vale comunque la pena esserci.
L’intervista integrale su Il Cittadino n. 32