Lumen Gentium oggi: il diacono ‘ponte’ tra presbiterio e laici

A pochi mesi dalla sua ordinazione, il diacono permanente Marco Fiordaliso racconta il significato e le sfide del ministero diaconale nella vita quotidiana. Partendo dalle indicazioni del Concilio Vaticano II e in particolare della Lumen Gentium, l’intervista ripercorre le tre dimensioni fondamentali del servizio del diacono – carità, parola e liturgia – e il modo in cui esse prendono forma concreta nella vita della comunità. Nel dialogo emergono anche il cammino personale che ha condotto Fiordaliso al diaconato, le difficoltà incontrate lungo la formazione e nei primi mesi di ministero, e il ruolo del diacono come ponte tra sacerdoti e fedeli laici. Uno sguardo, infine, è rivolto al futuro della sua vocazione, vissuta come un servizio alla Chiesa e alle persone incontrate nel cammino pastorale.
Nel documento Lumen Gentium si parla di come il diacono sia chiamato a servire la carità, la parola e il culto. Come vivi concretamente queste tre dimensioni nella tua vita e nel tuo ministero?
Nella Lumen Gentium al capitolo III n. 29 si legge “Essendo dedicati agli uffici di carità e di assistenza, i diaconi si ricordino del monito di S Policarpo: -Essere misericordiosi, attivi, camminare secondo la verità del Signore, il quale si è fatto servo di tutti”.
Riprendendo questo passaggio, possiamo comprendere che la carità non è solo intesa come “fare l’elemosina”, ma piuttosto amore incondizionato e disinteressato, cioè la più alta virtù cristiana e cuore del messaggio evangelico (agàpe), che cerco di concretizzare nell’attenzione costante verso le persone che incontro, pur con i limiti della mia umanità, sui quali so di dover lavorare ancora tanto; la parola traccia la mappa del cammino secondo la Verità e credo debba essere non solo semplice lettura dei testi ma piuttosto lettura “pregata”, meditata e preparata prima, per interiorizzare ciò che poi si proclamerà dall’altare; il culto, con cui si onora Dio, è elemento fondamentale nella vita di ogni credente; cerco di viverlo come realtà interiore e di esprimerlo concretamente anche nei gesti liturgici e nei riti che guidano la preghiera dell’assemblea.
Il testo sottolinea che i diaconi sono “consacrati per il servizio”. Cosa significa per te questa idea, e come si riflette nel tuo rapporto con la comunità parrocchiale?
Fin da ragazzo ho vissuto esperienze di servizio nella comunità parrocchiale di riferimento; dopo il matrimonio, insieme con mia moglie, ho proseguito con la partecipazione alle varie attività che di volta mi venivano proposte, nelle quali successivamente abbiamo coinvolto anche i nostri figli, secondo l’età e la loro disponibilità.
Quando mi è stato proposto di intraprendere il cammino diaconale, già da qualche anno svolgevo nella mia comunità parrocchiale il servizio di ministro straordinario dell’Eucarestia in aiuto all’anziano parroco in vari momenti: durante la S. Messa, in occasione della condivisione dell’Eucarestia con i malati, durante la celebrazione della Parola infrasettimanale.
Rispondere a questa chiamata per me è stato un po’ come far diventare il “servizio” elemento essenziale della mia vita, mettendomi in condizione di essere totalmente a disposizione del Signore, e di conseguenza del Vescovo e dei Presbiteri. Gradualmente sto cambiando il mio modo di pensare e vivere il servizio, con motivazione e gioia.
Sei stato ordinato diacono lo scorso novembre: quali sono state le sfide più grandi finora e come le stai affrontando nel quotidiano?
Le sfide sono molte e alcune già affrontate: la prima è stata riprendere a studiare dopo decenni. Non pensavo che sarei riuscito a ‘combinare’ qualcosa di buono, ma davvero il Signore mi ha condotto per mano e mi ha sostenuto nei momenti più difficili e faticosi.
Un’altra è stata quella di accettare il fatto di non sentirmi all’altezza e di rispondere alla domanda che spesso mi pongo: perché io?
A questo proposito desidero condividere un’esperienza che ho vissuto non molto tempo fa.
In Cattedrale, incontrando Padre Marco, il nostro Arcivescovo, gli ho confidato questo pensiero, e la sua risposta è stata: “Marco, il Signore ti ha chiamato? Basta…!” Da quel momento, quando ritornano i dubbi, ripenso alle sue parole e mi affido al Signore, affinchè dove non riesco ad arrivare con le mie forze, ci pensi Lui.
I diaconi sono spesso visti come un ponte tra i presbiteri e laici. Come cerchi di incarnare questo ruolo nella tua comunità?
Come già detto, sono stato ordinato diacono davvero da poco tempo e la mia esperienza ministeriale è ancora molto breve; tuttavia, un mese fa, durante il mio viaggio in Argentina, ho avuto modo di condividere un po’ di tempo con un diacono che mi ha raccontato di come, in più occasioni, abbia avuto modo di vedere come i laici talvolta siano portati a chiedere aiuto e a confidarsi con il diacono piuttosto che con il presbitero perchè il diacono, che comunque opera in stretto contatto con il sacerdote di riferimento, viene percepito più vicino alla tipologia di vita di una coppia e/o di una famiglia, vivendo lui stesso quella realtà. Non so se sia sempre così; a breve affronterò l’esperienza della benedizione delle famiglie in aiuto ad uno dei sacerdoti cooperatori della fraternità e certamente per me sarà prioritario l’atteggiamento di ascolto e di accoglienza, oltre che di “ponte” tra i laici incontrati e i sacerdoti della fraternità.
Guardando avanti, quali aspetti della vocazione diaconale ti danno più entusiasmo, e su quali senti di dover ancora crescere o imparare?
In Lumen Gentium, al capitolo III, n°29, leggiamo “In un grado inferiore della gerarchia stanno i diaconi, ai quali sono imposte le mani «non per il sacerdozio, ma per il servizio».
Infatti, sostenuti dalla grazia sacramentale, nella «diaconia» della liturgia, della predicazione e della carità, servono il popolo di Dio, in comunione col Vescovo e con il Presbiterio”.
Mi sento molto coinvolto nell’incontro con le persone e con la loro umanità e le loro storie, perché so che in loro trovo davvero Gesù. Certamente non è sempre facile concretizzare tali modalità di apertura e incontro, soprattutto con coloro con i quali mi sento meno in sintonia, ma tutto questo fa parte del cammino di crescita e maturazione nella fede che so di dover percorrere senza scoraggiarmi.