Lumen Gentium oggi: comunione e missione

In dialogo con Don Gianfranco Calabrese, Vicario episcopale

Prosegue il percorso di approfondimento sulla costituzione conciliare Lumen Gentium, uno dei testi fondamentali del Concilio Vaticano II per comprendere l’identità e la missione della Chiesa oggi. In questo nuovo appuntamento abbiamo intervistato Don Gianfranco Calabrese, Vicario episcopale per l’annuncio del Vangelo e per la missionarietà, soffermandoci in particolare sui primi due capitoli del documento. Al centro della riflessione, due categorie decisive: la Chiesa come “mistero”, radicata nel disegno trinitario di Dio, e la Chiesa come “Popolo di Dio”, realtà viva e dinamica che coinvolge tutti i battezzati nella comune responsabilità della missione. Un dialogo che aiuta a cogliere la portata teologica e pastorale del rinnovamento conciliare.
Nel primo capitolo di Lumen Gentium la Chiesa è definita “mistero”. In che senso la Chiesa può essere compresa come mistero e non solo come istituzione visibile?
Il Concilio Vaticano II ha voluto riportare al centro della riflessione sulla Chiesa non se stessa, ma Cristo, “luce delle genti”. Per questo la Chiesa è definita “mistero”: non è soltanto una realtà visibile e istituzionale, ma il riflesso del mistero di Cristo. Come affermavano i Padri della Chiesa, essa è come la luna che riflette la luce del sole, cioè Cristo.
Il mistero della Chiesa si comprende quindi a partire dal mistero trinitario: il Padre che invia il Figlio e lo Spirito Santo che opera nella storia. In questo senso, la Chiesa è una realtà “teandrica”, cioè insieme divina e umana, come Cristo stesso. La sua dimensione storica non è fine a se stessa, ma è strumento di mediazione: serve a condurre gli uomini a Dio e a rendere presente Dio tra gli uomini. Per questo la Chiesa è mistero di rivelazione e di comunione, non solo organizzazione visibile.
Il capitolo secondo introduce l’immagine della Chiesa come “Popolo di Dio”. Quali novità teologiche e pastorali porta questa prospettiva rispetto a una visione più gerarchica o istituzionale della Chiesa?
La grande novità del Concilio è il cambiamento di prospettiva: non si parte più dalla gerarchia, ma da ciò che accomuna tutti i cristiani, cioè il battesimo.
La categoria di “Popolo di Dio” sottolinea proprio questo: la Chiesa è anzitutto un popolo convocato da Dio, non una struttura piramidale.
Questa scelta evita il rischio di accentuare solo le differenze (come poteva accadere con l’immagine del “corpo” intesa in senso gerarchico) e mette in luce l’unità fondamentale. Il “di Dio” specifica che non si tratta di un popolo in senso sociologico, ma di una realtà che nasce da una chiamata divina.
Pastoralmente, questo comporta una visione più comunionale della Chiesa: i ministeri e i carismi restano distinti, ma sono ordinati all’armonia e al bene comune. Il ruolo del Vescovo e quello del Papa non è quello del dominio, ma della guida nella comunione.
In che modo l’idea di Popolo di Dio aiuta a comprendere la vocazione e la responsabilità dei laici nella missione della Chiesa?
Se il fondamento è il Battesimo, allora tutti i battezzati partecipano alla stessa dignità e missione. I laici non sono semplici destinatari dell’azione della Chiesa né collaboratori “delegati”, ma soggetti attivi della missione.
In virtù del Battesimo, sono chiamati a essere testimoni del Vangelo nella vita quotidiana: nel lavoro, nella famiglia, nella società.
La loro missione è far emergere il Regno di Dio nella storia, non costruirlo da soli, ma riconoscerlo e renderlo visibile (“quaerere Regnum Dei”).
Questo amplia enormemente la responsabilità dei laici: ogni ambito della vita diventa luogo di evangelizzazione. Anche le professioni e l’impegno familiare acquistano un valore ecclesiale e missionario.
Secondo Lumen Gentium, la Chiesa è insieme realtà divina e realtà storica. Come si può vivere oggi questa duplice dimensione nella vita concreta delle comunità cristiane?
La Chiesa vive questa duplice dimensione riconoscendo che la sua realtà storica è sempre attraversata dall’azione dello Spirito. Non è separata dal mondo, né contrapposta ad esso: è “sacramento”, cioè segno e strumento della salvezza dentro la storia.
Questo implica alcune conseguenze concrete:
-valorizzare la storia come luogo in cui Dio agisce;
-vivere la liturgia come centro, perché celebra il mistero pasquale;
-promuovere il dialogo con il mondo, con le altre confessioni e religioni, riconoscendo i “semi di verità” presenti ovunque;
-favorire la corresponsabilità di tutti i membri della comunità.
In questa prospettiva, la Chiesa non si chiude in se stessa, ma si apre alla missione: diventa segno credibile del Regno di Dio già presente e operante nella storia.