Chiesa e Mondo
Cuba: la speranza oltre le difficoltà
Don Andrea De Crescenzo scrive dalla missione
Dalla missione interdiocesana ligure a Cuba arriva la testimonianza del sacerdote genovese fidei donum Don Andrea De Cresenzo, presente da quattro mesi sull’isola caraibica, in un frangente che egli stesso definisce tra i più drammatici della storia recente del Paese. Blackout prolungati, carenza di carburante, farmaci irreperibili, generi alimentari a prezzi insostenibili: il quadro descritto è quello di un Paese allo stremo, in cui produzione, trasporti e servizi essenziali procedono a singhiozzo. Don De Crescenzo racconta una Chiesa povera di mezzi ma viva, capace di prossimità concreta e di annuncio evangelico, testimoniato anche dai numerosi battesimi celebrati nelle comunità locali. Una presenza che, nel mezzo delle difficoltà, intende farsi segno di vicinanza e cura verso “gli ultimi fra gli ultimi”, nella convinzione che – come ricorda il sacerdote – la Parola del Vangelo non si arresta.
Ecco quanto scrive Don Andrea:
In questi giorni molto difficili per Cuba e per il popolo cubano mi sono tornate alla mente le parole del Concilio Vaticano II, quando nella enciclica Gaudium et Spes così si esprimeva :《Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo》(GS 1). Cuba sta affrontando una crisi davvero pesante, che risulta la peggiore di tutte quelle che questa terra ha sperimentato e affrontato nella sua storia moderna; a dire di molti, neppure il cosiddetto “periodo especial en tiempo de paz” voluto da Fidel Castro all’indomani della caduta del blocco sovietico a inizi anni ’90 è stato così difficile, logorante e preoccupante come quello che da alcune settimane stanno vivendo gli otto milioni di cubani presenti sull’isola. L’arresto di Nicolas Maduro in Venezuela a inizio gennaio per volontà del governo di Washington ha inevitabilmente avuto ricadute nefaste su Cuba, che all’alleato venezuelano aveva sempre garantito sistemi di sicurezza militare in cambio di petrolio. L’uscita di scena di Maduro ha comportato come principale conseguenza per l’economia cubana l’impossibilità di ricevere il combustibile con cui portare avanti il paese. La mancanza di petrolio sta mettendo in ginocchio Cuba: tutto si sta fermando; la produzione, il trasporto, la circolazione, persino le università hanno interrotto i corsi. Si è alla vigilia di un vero e proprio collasso generale, dal momento che questa crisi del petrolio si va ad aggiungere a una situazione che perdura da anni e che ora si è ulteriormente aggravata: i cosiddetti apagones (le interruzioni di corrente elettrica) sono sempre più lunghi, ora addirittura possono capitare giornate di 24-36 ore senza avere luce; i medicinali sono pressoché introvabili, alcuni generi alimentari hanno raggiunto un prezzo così elevato che quasi nessuno si può permettere di acquistarli (basti pensare che una bottiglia di olio può raggiungere, se non superare, l’equivalente della pensione che riceve una persona anziana). Come sempre la tentazione sarebbe quella di trovare un unico responsabile di tutto questo; ma non si può cedere a letture riduzioniste che tante volte si vogliono fare qui a Cuba come anche, e soprattutto, in Europa. Le responsabilità sono molteplici, coinvolgono tutti coloro che negli anni hanno avuto ruoli di governo sulla scena nazionale e internazionale e sono il risultato di interessi economici, sete di potere e ideologie liberticide capaci solo di ledere la dignità della persona.
Il popolo cubano, come già ha mostrato altre volte, anche ora non vuole arrendersi e per questa ragione va avanti ogni giorno cercando di superare le difficoltà. Può sembrare strano ma, nonostante il quadro sociale ed economico molto difficile, la gente non si dispera e non lo fa non perché non ha coscienza di ciò che sta vivendo o perché è come anestetizzato dalla propaganda governativa, ma non lo fa perché in qualche modo vuole mostrare la possibilità di una speranza diversa e la voglia di dire che questo male non è così brutto da rimanere soffocati inevitabilmente. Ed è qui proprio con questo atteggiamento di fondo del popolo di Cuba che si vive la missione e si portano avanti le varie iniziative e attività ad essa connesse. La missione prosegue, certo tra le difficoltà del momento e la scarsità di mezzi, ma va avanti con la consapevolezza che la nostra presenza e il nostro lavoro possono diventare un modo significativo per poter essere testimoni di quella speranza che il popolo attende, annunciatori di una parola diversa da quella sentita ormai da troppi anni, segni di vicinanza e di cura verso chi qui è veramente l’ultimo fra gli ultimi. La Parola del Vangelo non si arresta e anzi sembra attecchire. In questi miei primi quattro mesi di presenza cubana ho avuto la grazia di amministrare più di quaranta battesimi tra parrocchia di Santo Domingo e le varie comunità sparse sul territorio. La grazia del Signore opera instancabilmente e ci sta invitando a confidare in Lui così da essere annunciatori credibili della vera e unica novità che è il Vangelo di Gesù Cristo.
