Cultura
Francesco Guccini. Le domande e la speranza che ci lascia
Francesco Guccini, cantautore, è morto ieri, il 6 agosto 2026 a Pavana, frazione di Sambuca Pistoiese, nella provincia di Pistoia, dove Guccini crebbe da ragazzino e tornò a vivere negli ultimi decenni della sua vita.
La sua voce e le sue canzoni restano come un patrimonio artistico, musicale e culturale che unisce le generazioni e valica le appartenenze. Nella suo carattere laico, nella sua ricerca della giustizia e di chi che è trascurato, Guccini ha interrogato i temi della fede e della speranza in ciò che è più giusto e sono molti i cattolici, anche tra i più giovani, che trovano nei tuoi testi spunti interiori di confronto. È noto che nel 1967 la Rai censurò “Dio è morto” come blasfema mentre Radio Vaticana la mandò in onda.
Nel suo articolo su Avvenire, Umberto Folena ricorda gli incontri tra Guccini e la Chiesa, mette in guardia dalla tentazione di “battezzarlo a forza, senza chiedergli il permesso” ma, nel ricordare i cristiani che gli furono amici e i suoi testi-manifesto che parlano di Dio, lo saluta come uomo “di una fede mai avuta, ma di una speranza sempre coltivata”.
Con questo spirito, abbiamo chiesto una riflessione e un ricordo ad Emanuele Barisone, direttore di Fondazione Auxilium, tra i tanti che hanno trovato nei testi di Guccini domande autentiche per risposte incarnate.
di Emanuele Barisone
Non starò più a cercare parole che non trovo
per dirti cose vecchie con il vestito nuovo.
Iniziava così Canzone quasi d’amore, pubblicata da Francesco Guccini nel 1976 nel disco Via Paolo Fabbri 43; proveremo allora a seguire il cuore senza sforzare troppo le meningi nel cercare parole vecchie per ricordare Francesco.
Il Maestrone, come veniva chiamato dalle persone che lo amavano e seguivano, ogni volta che veniva in concerto a Genova ricordava come questa fosse la prima vera grande città da lui visitata in gioventù; un viaggio che aveva come meta principale non solo la città vecchia ma in particolare il Santuario di N.S. della Guardia. Mi piace fantasticare che la vista dal monte Figogna (nebbia permettendo) lo abbia ispirato, nel 2004, nel descrivere la nostra città per la canzone Piazza Alimonda, testo che racconta i tristi fatti del G8 di Genova che poche settimane fa abbiamo ricordato anche attraverso le pagine del Cittadino.
Francesco Guccini è, a mio parere, il cantautore italiano che meglio ha saputo raccontare l’umano in tutte le sue sfaccettature, da quelle più dolorose a quelle più belle: i bambini nei campi di concentramento, il lager, il G8, la morte, l’aborto, l’amore, l’amicizia, le stelle, l’acqua, la resistenza partigiana, la quotidianità di un pensionato, lo scorrere del tempo, le radici. Ha parlato dell’umano descrivendo i gesti quotidiani, i viaggi, i libri, ma soprattutto ponendosi domande e quindi cercando risposte.
E questo domandare e cercare è probabilmente la cosa più umana e, oserei dire, cristiana che possa esserci. In tutta la sua discografia ha lasciato domande sparse in tutte le sue canzoni: da In morte di S.F. (meglio conosciuto come Canzone per un’amica), chiedendosi a cosa servisse, vivere, amare e soffrire, per poi morire giovani, troppo giovani. Oppure nella Canzone del bambino del vento (meglio conosciuta come Auschwitz), domandandosi come potesse un uomo uccidere un suo fratello, passando per Canzone delle domande consuete dove la domanda, le domande, senza nessuna risposta diventano simbolo del continuo scorrere, del fare un passo in avanti per poi arrestarsi subito, contemplando le possibili risposte senza però scegliere.
In Shomer ma mi-llailah, Guccini richiama un passo di Isaia (21, 11-12), dove un uomo, forse un viandante, incontra una sentinella e le domanda: “A che punto è la notte? – la sentinella risponde – “Viene la mattina, e viene anche la notte. Se volete interrogare, interrogate pure; tornate un’altra volta.”
Ecco credo sia questo il centro della sua formidabile capacità di scrittura e narrazione (ha costruito una rima tra amare e Shopenhauer o scritto 13 strofe su una locomotiva): essere capace di mettere al centro l’uomo, le sue domande, le sue contraddizioni e le sue deboli risposte, invitando però sempre alla speranza; la speranza in un mondo migliore che non cede agli egoismi, la speranza nell’amore verso i propri fratelli e sorelle, la speranza nelle nuove generazioni, nelle loro istanze, nel loro essere giovani e belli.
Abbiamo speranza perché sappiamo:
Che se Dio muore è per tre giorni e poi risorge
In ciò che noi crediamo, Dio è risorto
In ciò che noi vogliamo, Dio è risorto
Nel mondo che faremo, Dio è risorto.