Chiesa e Mondo
Camillo l’inatteso. Il testamento spirituale del Card. Ruini
E’ un testo con alcuni passaggi inattesi il testamento spirituale del Card. Camillo Ruini, diffuso in questi giorni, con il titolo “Rendimento di grazie e richiesta di pentimento a Dio e ai fratelli“. Ruini, morto il 16 giugno scorso, lo scrisse 10 anni fa, il 3 giugno 2016.
Rimettendosi al Signore, il Cardinale affronta un esame di coscienza in cui mette a nudo sé stesso, libero dalla necessità di giustificarsi o censurarsi. Rinnova le ragioni che lo hanno guidato (“Ti ringrazio per il Concilio Vaticano II, per averlo vissuto e fatto vivere con gioia a Reggio Emilia e anche per avermi dato la lucidità e la forza di oppormi alle derive postconciliari“) e che, nel suo ruolo di vescovo presidente della Conferenza Episcopale Italiana, hanno condotto la Chiesa italiana e influenzato il dibattito pubblico: “Spero, Signore, di aver operato non per interessi personali ma per gli obiettivi che mi erano affidati e che condividevo di cuore: ho superato così resistenze e ostilità non piccole, specialmente agli inizi, sia alla CEI sia in Vicariato“.
Ringrazia per il dono di tante persone che nella vita lo hanno accompagnato con amore e gli sono state di insegnamento, su tutti Giovanni Paolo II, nel quale “ho sperimentato la tua presenza, Signore, ho potuto toccare con mano l’unione nella preghiera, l’inseparabilità di preghiera, vita e apostolato, il coraggio della fede che guida la storia, la capacità di amare e di perdonare.”
Esprime la gioia per papa Francesco, eletto un anno prima ma confessa “una situazione di disagio, non certo per motivi personali ma perché fatico a comprendere alcuni orientamenti che mi sembrano riaprire ferite, dopo il Concilio a stento medicate. Chiedo umilmente al Signore di convincermi interiormente che la Chiesa è sua e che Egli stesso ne ha cura, al di là delle nostre vedute umane.“
Sono però gli accenni alle debolezze a colpire per una sincerità che restituisce al cardinale, pubblicamente rigoroso, una umanità fragile e una dimensione fraterna. Confessioni che vanno oltre la prammatica, tanto che Ruini sente il dovere di annotare: “Queste cose vorrei confessare, sperando di non scandalizzare nessuno, ma di stimolare invece a pregare per me e a far meglio di me“.
Ruini parla della tentazione della fede che pure ha studiato e difeso “senza timidezza o paure” per tutta la vita: “Nel segreto del mio cuore proprio sulla fede sono stato sempre tentato, anche se, per grazia di Dio, penso di non aver mai ceduto alla tentazione“.
Chiede perdono laddove è stato intransigente: “Riconosco e confesso però di aver agito a volte con durezza sostanziale, sotto delle forme per lo più – non sempre – gentili: ne chiedo perdono al Signore e a tutte le persone, vive e defunte, alle quali ho procurato dolore“.
Confessa al Signore che la sua vita di studio e gli incarichi lo hanno spinto a pregare meno – “L’impegno dello scrivere non ha favorito la libertà del mio spirito per la preghiera” – e, pur avendo donato sostanze ai poveri, ammette di aver destinato il superfluo: “Anche qui non ho messo in pratica l’invito del Signore a lasciare tutto per seguirlo e non ho rinunciato a un tenore di vita semplice ma confortevole.”
Parla di sé come di una persona semplice anche quando è diventato un personaggio pubblico. “Ora Signore – conclude – aiutami ad accogliere la piccola croce del mio decadimento (…) e la progressiva estinzione del mio ruolo: è la grazia che ora mi dai per prepararmi meglio all’incontro con te.“