Comunità diocesana
Campi estivi, luoghi privilegiati di crescita
Parlare dei campi estivi significa risalire a 80 anni fa. Per Genova tutto è cominciato allora, in una città che usciva dalla seconda guerra mondiale largamente bombardata, con tante persone che giravano per le macerie, tanti bambini rimasti orfani. È in questa circostanza che alcuni preti che si occupavano più direttamente dell’aiuto materiale, individuano una necessità immateriale e urgente: portare bambini e ragazzi via dalle conseguenze della guerra, dalle polveri delle macerie, per 15 giorni o un mese, all’aria aperta, a giocare a contatto con la natura, a trascorrere del tempo insieme, a godere della bellezza della creazione in cui più facilmente ci accorgiamo della bellezza del Creatore. Le parrocchie iniziarono così a cercare canoniche disponibili in zone di campagna o montane, qualcuno le cercava nelle Alpi, qualcuno negli Appennini. Da lì il campo estivo si è molto diffuso e, nei decenni fino ad oggi, è diventato non solo un’occasione di svago, la “colonia” come si usava a dire al tempo, ma un luogo di formazione, un’esperienza che ti forma alla vita del cristiano e alla fraternità, attraverso il gioco e l’allegria.
Oggi molte realtà ecclesiali, diocesane, associative, riferite a movimenti offrono un’ampio ventaglio di proposte per i campi estivi, alcuni dei quali sono vere e proprie settimane di formazione. Molte parrocchie organizzano più campi ogni estate, ci sono i campi di Azione Cattolica e quelli di Agesci, i campi di realtà come Comunione e Liberazione, i Focolarini, la Comunità di Sant’Egidio, la Comunità Papa Giovanni XXIII, l’Associazione Libera e potrei continuare. Come responsabile della Pastorale Giovanile Diocesana, la mia esperienza è legata in modo particolare a Monteleco, nell’Alta Val Lemme, tra la provincia di Genova e quella di Alessandria, poco dopo il Passo della Bocchetta, all’interno del Parco Naturale delle Capanne di Marcarolo. Ma vorrei ricordare almeno le case storiche a Tiglieto, Bardineto, Rocca Vignale, Neirone, Prato Rotondo, Peveragno… Tutti luoghi della diocesi dove tradizionalmente i ragazzi genovesi vanno a fare i loro campi.
Un campo estivo è in primo luogo un’esperienza di bellezza esteriore ed interiore: un tempo trascorso insieme in un bel posto, dove si vive bene, ha contatto con la natura e con l’aria fresca a riparo dal caldo più intenso dell’estate. E, in questo contesto, il campo esprime le sue dimensioni più importanti: la spiritualità, una catechesi esperienziale, con un cammino pensato dagli animatori giorno per giorno, la lode e la preghiera in comune e, ove ci sia la fortuna di avere sempre il sacerdote presente, con la Messa quotidiana. E poi c’è la dimensione della vita fraterna, molto sobria e per questo molto ricca. È una proposta che, ai nostri giorni così cambiati e così difficili, si fa fatica a far intendere a un mondo che vede solo il commercio e il denaro: è davvero possibile un’esperienza di fraternità vissuta in maniera semplice, con costi ridottissimi, che non è un esercizio commerciale, in cui si impegnano centinia, migliaia di persone ogni anno a titolo gratuito come educatori, animatori, cambusieri, cuochi e che restituisce tanto alla crescita umana e cristiana dei più piccoli e dei giovani? Sì, è possibile e ce n’è tanto bisogno: i ragazzi ne hanno tanto bisogno e lo apprezzano moltissimo. Sono settimane di vita comune in cui, per esempio, si chiede ai bambini e ai ragazzi di staccarsi dal cellulare, ci si rieduca ad una vita di contatto concreto con l’altro, all’entusiasmo e alle sane difficoltà di vivere insieme, a piccole, grandi responsabilità, come tenere in ordine la propria camera, svolgere servizi comuni, essere autonomi, cosa sempre meno diffusa tra i ragazzi di oggi. Il campo ha dunque una valenza anche educativa: fa crescere la stima di se stessi, la fiducia nelle proprie capacità relazionali, la libertà di esprimerti attraverso il tuo corpo, la tua fantasia, la tua creatività. Gli animatori di un campo estivo sono in genere giovanissimi, tra i 15 e i 18 anni: il loro servizio ai campi rende concreta quella che si chiama peer education, l’educazione tra pari, perché se vedo che lui, lei che mi somiglia si impegna, perché io no? E poi ci sono gli educatori più grandi, tra i 20 e i 30 anni, che preparano il campo e lo sovrintendono. Un campo estivo è anche una preziosa occasione di incontro per le famiglie, che spesso durante l’anno sono lontane e prese da mille faccende, mentre invece al campo estivo vengono volentieri. Al campo si rafforzano i legami, si creano gruppi, si rinnovano impegni e tradizioni tanto che anche in quei contesti dove non può più essere presente un sacerdote, la comunità parrocchiale continua ad organizzare il campo estivo.
Pensando a Monteleco, non possiamo non ricordare le due figure fondative di questa esperienza: don Gaspare Canepa e don Giuseppe Ivaldi, che noi ragazzi chiamavamo don Ga e don I, diversissimi tra loro ma fondamentali per la crescita umana e cristiana di migliaia di ragazzi.
Quelle prime generazioni di allora oggi sono spesso cristiani maturi, impegnati nella chiesa e nella società, alcuni di loro sono sacerdoti diventati a loro volta punti di riferimento per tanti nel corso della loro vita: penso a don Marino Poggi, che fu tra i primi bambini di Monteleco, a don Lorenzo Lombardo, a don Antonio Lovato. Ecco quanto può essere importante un bellissimo campo estivo.
L’estate di AC diocesana e di Agesci Liguria su Il Cittadino n. 23