Comunità diocesana
È una società di impoveriti e isolati?
Il prossimo 12 giugno la presentazione del rapporto povertà di Caritas diocesana
Carlo Andorlini si occupa di “lavoro con la comunità”. È docente presso l’Università di Firenze, membro del Consiglio nazionale del Terzo settore, formatore e accompagnatore di processi di attivazione comunitaria. Sarà a Genova il prossimo venerdì 12 giugno, alle 18, a Quasi Casa, in Piazza San Matteo, per un incontro su “Abitare le fragilità”, in cui verrà presentato il Rapporto di Caritas Diocesana sulla povertà.
Andorlini, poco più di un anno fa nel suo intervento al Convegno regionale dei Centri di Ascolto liguri ad Arenzano, ha sottolineato l’importanza di sapere leggere nella società, accanto alla povertà, il fenomeno dell’impoverimento. Una distinzione che il prossimo Rapporto sulla povertà di Caritas Genova fa propria. Qual è la differenza e cosa ci racconta delle nostre società?
Povertà e impoverimento sono due aspetti diversi. La povertà è una dimensione che rappresenta una situazione oggettiva mentre l’impoverimento è una dimensione più subdola perché, rispetto alla povertà, è capace di nascondersi, di non essere rilevata dai dati. Certo, l’impoverimento ha alcune caratteristiche che poi ritroviamo nella povertà ma assume altre forme che ci sfuggono e che sono davvero molto preoccupanti. Ne individuo quattro forme principali. In primo luogo ci sono l’impoverimento relazionale, influenzato da fattori esterni, e l’impoverimento culturale, con un numero più ampio di persone incapaci di avere una sensibilità culturale, una capacità di comprensione e sensibilità di fronte alle questioni e alle situazioni. I dati ci dicono, ad esempio, che diminuisce ogni anno il numero di parole che le persone utilizzano e, di conseguenza, diminuisce la capacità di affrontare le tematiche e di avere quelle giuste sfumature per comprendere le dimensioni della vita che sono spesso complesse. Questa forma di impoverimento aumenta ogni anno. E poi c’è un impoverimento che io chiamo immaginativo, cioé diminuisce la capacità di immaginare il futuro, di immaginare in generale e quindi diminuisce la capacità di progettare. Ciò influisce a sua volta sull’impoverimento relazionale e culturale. Infine, c’è un impoverimento esistenziale, ovvero la sempre maggiore difficoltà delle persone di stare sul senso della vita: anche in questo caso è una dimensione dell’impoverimento che tendiamo ad escludere, di non non parliamo ma che poi conduce a situazioni di preoccupazione, tristezza, dolore.
Il rapporto di Caritas Genova dedica un approfondimento alla solitudine nell’esperienza dei giovani. Un questionario rivolto a 60 giovani rivela che per il 28% la scuola è il principale luogo di isolamento, seguita dalla famiglia (14%) e dalla casa.
Ci sarebbero da fare molte riflessioni sul tema della scuola, che continua a rimanere il punto più importante. La dimensione del corpo docente è in affanno, ci sono degli elementi che chiaramente non funzionano ma la scuola resta comunque uno spazio vitale di straordinaria necessità nello sviluppo delle persone. Detto questo, l’isolamento dei giovani in realtà non si discosta da ciò che riguarda tutti, a qualunque età. Fino a che non comprenderemo che i “determinanti” della salute riguardano per il 50% la dimensione relazionale delle persone e qualsiasi struttura che si occupa di educazione, di formazione, di lavoro, di vita in comunità, è chiaro che il nostro mondo non andrà verso una riappropriazione della dimensione comunitaria. O scegliamo di occuparci delle infrastrutture relazionali tra le persone o tutte le altre infrastrutture, tecnologie, di mobilità, di formazione scolastica e così via, perderanno potenza.
L’intervista integrale sul n. 20 de Il Cittadino
