Genova e Liguria
Cappellani, presenza salda e discreta nel mondo del lavoro
Intervista a Don Mauro Mazzone, Vice Direttore Armo
A margine dell’incontro organizzato in preparazione alla festa dei Lavoratori, abbiamo incontrato don Mauro Mazzone, Vice Direttore ARMO.
In un incontro pubblico lo scorso 30 aprile, la Chiesa genovese ha ricordato i 45 anni della Laborem Exercens, l’Enciclica che Giovanni Paolo II dedicò al mondo del lavoro in occasione dei 90 anni della Rerum Novarum di Leone XIII. Oggi un altro papa Leone ha scelto questo nome anche in riferimento ai temi dell’occupazione e alle sfide poste dall’intelligenza artificiale. In questo collegamento tra memoria e presente, tra grandi problemi industriali e rischi digitali, quali sono le principali preoccupazioni pastorali?
Come ci ha ricordato Papa Francesco nel discorso all’Ilva di Genova, in occasione della sua visita pastorale, «Il mondo del lavoro è una priorità umana. E pertanto, è una priorità cristiana, una priorità nostra, e anche una priorità del Papa. […] Perché viene da quel primo comando che Dio ha dato ad Adamo: ‘Va’, fa’ crescere la terra, lavora la terra, dominala’. C’è sempre stata un’amicizia tra la Chiesa e il lavoro, a partire da Gesù lavoratore. Dove c’è un lavoratore, lì c’è l’interesse e lo sguardo d’amore del Signore e della Chiesa». Come noto, i Cappellani del Lavoro costituiscono una realtà preziosa per la Chiesa di Genova e anche per l’intera città. Una presenza che inizia nel 1943 con il Card. Boetto e poi con il Card Siri nel 1951. I Cappellani sono espressione della carità, del prendersi cura dell’altro secondo uno stile che anticipa la chiesa in uscita e missionaria.
La Chiesa di Genova è sempre stata un riferimento per il mondo del lavoro. Cosa significa essere sacerdoti nelle fabbriche oggi? Come si sta accanto con il Vangelo in mano accanto ai lavoratori e alle lavoratrici?
La nostra missione in aziende, fabbriche, cantieri, uffici è l’azione pastorale; l’evangelizzazione negli ambienti di lavoro si traduce in una presenza nelle aziende sia come vicinanza alle singole persone che alle problematiche aziendali, integrando l’azione delle parrocchie, sostenendo quei cristiani più sensibili ad un’opera di apostolato, raggiungendo i lontani credenti o non credenti. Vogliamo essere vicini alle persone. Teniamo in considerazione il fatto che le persone trascorrono tanto tempo della propria vita negli ambienti di lavoro. Chi lavora per 40 anni vi passa almeno 80.000 ore! È chiaro che la dimensione lavorativa non è solo realtà produttiva ma luogo dove si sviluppano le relazioni fra le persone, si cresce e ci si realizza.
Dove possibile, noi Cappellani celebriamo la Messa mensile e le Messe di Natale e Pasqua con l’Arcivescovo; ci sono anche le comunità cristiane aziendali che offrono un momento di spiritualità settimanale generalmente nell’intervallo mensa con disponibilità per confessioni e catechesi. Inoltre, il nostro ruolo è quello di creare il clima favorevole al dialogo fra le parti sociali, le forze istituzionali e imprenditoriali, al fine di convergere al bene comune dell’intera città.
Genova vive la problematica dell’ex ILVA, a cui l’incontro promosso dalla Diocesi il 30 aprile scorso ha dedicato uno spazio di confronto con i sindacati. Nel novembre 2025, in un comunicato congiunto, i vescovi di Genova e Tortona avevano chiesto per gli stabilimenti di Cornigliano e Novi Ligure “un ripensamento e l’inserimento delle future decisioni in un contesto di piano industriale nazionale credibile”. Cosa può fare la chiesa genovese in uno scenario così complesso?
Come ha detto l’Arcivescovo a conclusione dell’incontro, una cosa che la Chiesa sa fare bene è cercare di creare connessioni, favorire il confronto fra le diverse posizioni, in vista del bene comune. Come Cappellani, stiamo provando a portare avanti dei gruppi di lavoro sulle problematiche delle aziende della nostra città con il contributo di sindacati, manager, imprenditori, parti sociali, collaboratori. Inoltre, cerchiamo di portare all’attenzione di tutti il problema, per non rischiare di arrivare in punti in cui non ci sono più margini di manovra ed è a rischio anche la pace sociale.
La Laborem Exercens avvertiva che “il pericolo di trattare il lavoro come una «merce sui generis», o come una anonima «forza» necessaria alla produzione (si parla addirittura di «forza- lavoro»), esiste sempre”. L’intelligenza artificiale sembra ampliare questo rischio nei termini di una sostituzione, come diverse tipologie recenti di lavoro, riders e addetti ai call center, stretti nei tempi di una nuova catena di montaggio. E’ ancora possibile rimettere al centro del lavoro le donne e gli uomini?
La questione è ormai all’attenzione di tutti, ed anche a livello globale sta emergendo la consapevolezza che il processo deve essere governato, e non lasciato a se stesso. L’Ordine degli Ingegneri di Genova sta riflettendo su alcune linee guida per l’uso dell’Intelligenza Artificiale; lo stesso stanno facendo il Governo e la Comunità Europea. Il lavoro non solo nasce dalla persona umana, ma è finalizzato alla sua piena realizzazione: se è solo produzione di beni, risolve problemi materiali, che non possono soddisfare pienamente la vita dell’uomo e della donna.
