Suor Roberta Vinerba al terzo incontro di Formazione diocesana: «Gesù è la pace che riconcilia»

La pace sta nelle comunità imperfette, la comunità perfetta non esiste. Non è la pace dell’aver ragione, del liberarsi di coloro che creano problemi, una quiete a mia misura. È invece la pace di Gesù che riconcilia, egli che, nel suo stare da risorto in mezzo ai discepoli che lo avevano tradito, li chiama “fratelli”, riversando in loro e in noi lo sguardo di Dio: vero, giusto, misericordioso. Sono alcuni tra i contenuti più incisivi del terzo incontro della Formazione Diocesana permanente per tutti, che si è svolto sabato 10 gennaio 2026 nelle ormai consuete otto sedi sparse nel territorio diocesano, con circa 700 persone iscritte. In video collegamento – per una indisposizione che l’ha trattenuta a Perugia – suor Roberta Vinerba, teologa francescana, che già lo scorso anno aveva arricchito il percorso formativo genovese con la sua riflessione appassionata e sfidante.

Don Gianfranco Calabrese, che coordina la formazione, in apertura di ogni incontro recupera il senso del percorso: “È bello ricordare il collegamento profondo tra i vari incontri. Si tratta di un cammino per conoscere sempre meglio Gesù alla luce della sua pace e, in Lui, conoscere meglio chi siamo e come possiamo crescere nel nostro servizio. Per noi infatti ‘formarsi’ è prendere la ‘forma di Cristo’. Nei primi due incontri Mons. Erio Castellucci e padre Gaetano Piccolo ci hanno condotto a scoprire la pace di Gesù come una pace che impegna, libera e offre resurrezione e vita; una pace che nasce dal modo in cui Dio ama, secondo la logica dello spreco e della sovrabbondanza, liberandoci dal senso del dovere che ci rende servi per farci diventare amici in quanto figli suoi. Le figure di S. Paolo e S. Pietro, richiamate dal nostro Arcivescovo, ci hanno aiutato a fissare bene queste riflessioni nel nostro itinerario formativo.”

E dopo aver parlato di Paolo e di Pietro, nel terzo incontroil vescovo Marco Tasca ha portato l’attenzione sulla comunità, richiamando la lettera che nell’Apocalisse viene rivolta alla chiesa di Laodicea (AP 3,14-22): “La comunità di Laodicea – ha ricordato p. Marco – sembra non avere difetti gravissimi, a differenza di altre chiese a cui Gesù preannuncia rimedi forti, severi, durissimi. Eppure la comunità di Laodicea soffre il male più terribile, che è la tiepidezza. Di fronte a questo male, però, il rimedio è Gesù stesso. Ecco la bella novità di questa lettera che sembra solo un biasimo per quello che non funziona. Anche per le nostre comunità stanche e tiepide, la soluzione non è guardarsi l’ombelico ma guardare Gesù. Nel testo, egli dice infatti: ‘Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco (…), abiti bianchi (…) e collirio per ungerti gli occhi e recuperare la vista’.
Quasi a dire una cosa bellissima: se riconoscerai la tua povertà e la tua tiepidezza e ricorrerai a Gesù, troverai l’aiuto risolutivo. Con un linguaggio affettuoso e personale, Gesù si rivolge così alla chiesa di Laodicea e alle nostre comunità di oggi: ‘Io sto alla porta e busso, basta che tu mi apra, voglio cenare con te. Il vincitore lo farò sedere presso di me.’ Non accanto al mio trono, ma presso di me; la fiducia di Gesù è straordinaria: anche la chiesa di Laodicea può essere rinnovata se crede fortemente nella potenza del Signore. È un’illusione credere ad una comunità perfetta. Le chiese sono viste da Gesù come non perfette, con problemi e divisioni. Siamo quindi chiamati ad essere vincitori in comunità imperfette. Il Signore non farà mai venire meno la sua fiducia in noi. Questo è il Signore Gesù nel quale noi crediamo e speriamo.”

“Gesù: nel Figlio diveniamo fratelli fra noi. La pace si costruisce integrando verità, giustizia e misericordia” è il tema che, nel terzo incontro, è stato affidato alla riflessione di suor Roberta Vinerba. “Il tema di oggi – ha commentato suor Roberta – contiene la bella notizia che siamo figli di Dio. Questo ci rende fratelli di Cristo. Vi confesso che ogni volta mi stupisco di questa fraternità con Gesù; siamo quasi abituati a sapere che abbiamo un Padre ma che Gesù è mio fratello mi sorprende ogni volta. E invece, nel Vangelo di Matteo, Gesù risorto dice alle donne: ‘Non temete, andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea…’ Che meraviglia! Il primo pensiero di Gesù è chiamare fratelli quei debosciati che lo avevano abbandonato: proprio quelli che lo avevano tradito, che avevano tradito un amico, ora si ritrovano chiamati ‘fratelli’ da Gesù. La prima parola di Gesù è quindi una parola di grande riconciliazione, di grande accoglienza verso questi uomini, così come si trovavano. È la parola che Gesù rivolge ogni volta a tutti noi, continuamente, a noi come ci troviamo nelle nostre pochezze. Egli sana qualunque nostra debolezza.
La parola ‘fratelli’ risuona come un arcobaleno e un annuncio di pace tra il Risorto e ogni uomo e donna. Che bello! A volte temiamo il giudizio di Gesù, come se si vergognasse di noi: non è così! Egli continua per l’eternità a dire: ‘Io non mi vergogno di te!’. Questo è l’indispensabile da sapere. Questa è la buona notizia per ognuno di noi. Ecco perché Gesù è la nostra pace, che riconcilia le divisioni dentro di noi e tra noi”.

La pace di Gesù non è quella del mondo, la pace di chi fa volentieri a meno del disturbo dell’altro, la pace delle mie ragioni che, al contrario, diventa guerra. Per approfondire questo aspetto, Suor Roberta riprende il discorso appena pronunciato da Papa Leone, venerdì 9 gennaio 2026, al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Papa Leone ha ricordato che “come nota Sant’Agostino, «non v’è chi non voglia avere la pace. Anche quelli che vogliono la guerra non vogliono altro che vincere, desiderano quindi con la guerra raggiungere una pace gloriosa. La vittoria, infatti, non è altro che il soggiogamento di coloro che oppongono resistenza e quando questo si sarà verificato, vi sarà la pace. […]. Dunque, non vogliono che non vi sia la pace ma che vi sia quella che essi vogliono»”. “Quante volte – ha sottolineato suor Roberta – anche nelle nostre famiglie e comunità, più che la pazienza del dialogo per accogliere il conflitto ed elaborarlo, preferiamo comportarci come oppressori, zittire coloro che oppongono resistenza, i disturbatori. Invece il Signore si ostina a farci fare comunità anche con le persone che non ci piacciono. Se Gesù è mio fratello e se lui non si vergogna di me, devo fare lo stesso con gli altri.
La pace di Gesù è lo shalom, non una pace in cui sto quieto: non esiste su questa terra uno stato di quiete senza disturbi. Lo shalom è invece una modalità di relazione nella quale non c’è oppresso né oppressore, è il modo di agire di Dio che libera il suo popolo dalla schiavitù e offre il Decalogo perché resti libero e gioioso. Il peccato è dimenticare l’agire di Dio e comportarsi in modo contrario, è dividere mentre l’opera di Dio è tessere relazioni fraterne.”
Per vivere la relazione fraterna bisogna assumere il modo di amare di Dio, di Gesù, secondo verità, giustizia e misericordia. Commenta ancora suor Vinerba: “Lo sguardo di Gesù è vero perché ha visto i discepoli, suoi fratelli, così come erano e come sarebbero diventati nella grazia di Dio e anche a noi è chiesto di amare senza demonizzare né idolatrare nessuno; è uno sguardo giusto perché, come il padrone della vigna ad ore diverse chiama gli operai a lavorare e paga ciascuno secondo quanto pattuito, così Gesù promette di dare a ciascuno di noi il proprio e non sta a noi sovrapporre il nostro a quello degli altri. Infine è uno sguardo misericordioso, che prende su di sé il peccato dell’altro e paga per lui, al posto suo. Anche noi siamo chiamati ad andare verso il peccato dell’altro, a non tenere conto delle nostre ragioni.”
“Sempre Papa Leone – ha concluso suor Roberta – nel Messaggio per la 59° Giornata Mondiale della Pace di quest’anno ci ha ricordato che ‘prima di essere una meta la pace è una presenza e un cammino’.
È la sintesi perfetta di quanto volevo dirvi: la pace è la presenza del Risorto che ogni giorno è con noi e ci educa ad andare sempre oltre la nostra individualità di figli unici per camminare insieme nello shalom.”