Dio ride? Se ci ha fatti simili a Lui allora sì

(foto: Enrico De Luigi)

IL 26 SETTEMBRE, AL CORALLO DEL CIRCUITO CINEMA GENOVA, ANTEPRIMA E INCONTRO CON IL REGISTA GIOVANNI VERONESI. LO ABBIAMO INTERVISTATO

Presentato fuori concorso alla 83esima Mostra del cinema di Venezia, nelle sale dal 29 ottobre per PiperFilm, “Dio ride” è il film con cui Giovanni Veronesi affronta il tema della spiritualità e della comicità che, sì: stanno insieme. E insieme generano domande. Riflessioni, squarci di possibilità per sé. In una sorta di porta aperta verso quello che normalmente della fede si dimentica: la possibilità di ridere e di abbracciare così tutto dell’umano. Siamo nella seconda metà del Seicento. Fra’ Leopoldo da Casamacchia è un orfano cresciuto in convento, ignorante ma profondamente buono e innamorato di Dio. Ha una grande virtù: riesce a comunicare alle persone semplici come lui, raccontando le storie del Vangelo con il suo accento tosco-umbro e attraverso il sorriso. Ma in un Seicento in piena Controriforma il suo atteggiamento anticonformista suscita nella comunità ecclesiastica locale, appoggiata da una sorta di don Rodrigo del luogo, il sospetto di eresia. Tanto che la questione arriva sul tavolo di papa Innocenzo X, che affida al cardinale inquisitore Maculani, il più importante dell’epoca, il compito di indagare e risolvere il caso.

Giovanni Veronesi, come ha scovato questa storia?
“In realtà il personaggio è di totale fantasia. Sono andato per mesi negli archivi del Vaticano a cercare una storia sugli eretici che potesse interessarmi, ma poi ho dovuto mischiare altre storie e altre sensazioni, perché non c’è quello che volevo. Un po’ la storia ricorda quella di San Filippo Neri, un sacerdote che racconta le parole di Cristo ai bambini in modo molto semplice. In realtà qui volevo fare un discorso sulla comicità: non avevo bisogno solo di bambini, ma di gente comune, normale, abituata a ridere poco perché la vita nel Seicento era molto dura. Lui riesce a dare loro gioia, a migliorare la loro vita attraverso la risata e, soprattutto, raccontando il Vangelo da un’ottica completamente diversa.”
Quindi è un’opera “contro?”
“No, non è un’opera contro; è un’opera che identifica il potere come qualcosa di assolutamente lontano dall’ironia, dalla fantasia, dalla creatività e dalla comicità. Il potere è dogmatico, ha delle regole ben precise. Come diceva Umberto Eco il potere ha paura della comicità, perché la comicità stempera gli animi del popolo. Il popolo si rilassa se ride, e se si rilassa pensa; e se pensa, potrebbe anche dire di no.”
Ecco, in cosa questa storia ricorda Eco, e in cosa no?
“Beh, quella era una specie di giallo, naturalmente molto diverso, forse più approfondito. Il personaggio principale era un intellettuale, non certo un analfabeta cappuccino come il mio. Però in Eco il cristianesimo ha spolverato via quel libro di Aristotele (il secondo libro perduto della Poetica di Aristotele, dedicato alla commedia e al riso che diventa il fulcro del complotto, n.d.r.) per un motivo ben preciso: si cambiava ottica, si usciva dai binari imposti dal potere dell’epoca, che era la Chiesa, ovviamente. Però non è un discorso contro la Chiesa, anzi, il film è molto spirituale. Io non sono un credente, sono un laico, più che altro; però mi sono sempre domandato: se è vero che Dio ci ha fatto a sua immagine e somiglianza, non vedo perché avrebbe dovuto scartare quel lato dell’essere umano che riguarda la comicità, l’ironia, l’autoironia. Insomma, Papa Francesco ci ha spalancato un portone con quella frase che ho inserito alla fine del film, quando ha detto che si può ridere anche di Dio, basta volergli bene.”

L’intervista integrale su Il Cittadino n. 32