Comunità diocesana
Gambia, una missione di fraternità: dal “fare per” al costruire un “noi”
Dal 24 agosto al 5 settembre, a Farato, in Gambia, un gruppo di giovani della Fraternità di Parrocchie di Quarto, accompagnati dal parroco Don Stefano Bisio, ha vissuto un’esperienza di «missione di fraternità», non come semplice occasione di servizio, ma come cammino per imparare a costruire un “noi”. La preghiera quotidiana, l’Eucaristia, la Liturgia delle Ore e l’ascolto della Parola hanno accompagnato le giornate, insieme alla lettura di Scelgo di non odiare di padre Gigi Maccalli, che ha offerto spunti per riflettere su pace, perdono e disarmo del cuore.
L’incontro con Farato ha mostrato una realtà segnata dalla povertà e da condizioni di vita essenziali, ma anche da una straordinaria capacità di accoglienza. Le famiglie hanno condiviso quel poco che possiedono, facendo sperimentare ai partecipanti che la missione non significa soltanto dare, ma anche ricevere.
Un’esperienza particolarmente significativa è stata quella nella scuola locale, nata dalla promessa della preside ad alcuni bambini desiderosi di studiare. Oggi accoglie circa 300 alunni, molti dei quali in condizioni di vulnerabilità e circa la metà orfani. Cristiani e musulmani condividono lo stesso percorso educativo, in un esempio concreto di convivenza e rispetto reciproco. Una delle convinzioni della preside è rimasta impressa ai partecipanti: la povertà di un bambino non può diventare motivo per offrirgli un’educazione più povera.
Il viaggio ha permesso di conoscere anche la piccola comunità cattolica del Gambia, minoranza in un Paese a larga maggioranza musulmana. A Farato la vita della comunità ruota attorno alla celebrazione domenicale, preparata e vissuta attraverso il coinvolgimento di famiglie, giovani e adulti. Una Chiesa «piccola, ma viva», presente come un po’ di lievito nella società.
Proprio il rapporto tra cristiani e musulmani ha rappresentato un’altra dimensione importante della missione: il dialogo, hanno sperimentato i partecipanti, non richiede di nascondere la propria identità, ma nasce dal riconoscimento reciproco e dalla collaborazione.
Infine, il viaggio è diventato un’occasione per guardare dentro il gruppo stesso. Condividere quotidianità, responsabilità, difficoltà e preghiera ha fatto emergere la necessità di «disarmare il cuore»: liberarsi da pregiudizi e giudizi per imparare a riconoscere nell’altro un fratello.
Il ritorno a casa non chiude l’esperienza, ma ne apre una nuova fase. La vera sfida è portare quanto ricevuto nella vita quotidiana, nelle famiglie, nello studio, nel lavoro e nelle comunità. «Disarmare il cuore, fare comunità, restare nel Signore» sono le tre consegne con cui si è conclusa la missione: perché un viaggio può finire tornando a casa, ma una missione comincia quando ciò che si è ricevuto cambia il modo di vivere.
La testimonianza e il racconto del viaggio su Il Cittadino n. 30
