Acciaio, ambiente e lavoro: la sfida per il futuro di Genova

Ex Ilva, quale futuro per l’industria italiana? Intervista a Don Gian Piero Carzino

È notizia di questi ultimi giorni: sono oltre 2.500 i lavoratori di 28 aziende dell’indotto dell’ex Ilva di Taranto coinvolti nelle procedure di licenziamento collettivo avviate lo scorso venerdì 4 settembre. Una conseguenza drammatica dell’incertezza sul futuro dello stabilimento e, in particolare, della prospettiva di fermata dell’area a caldo
Parallelamente, sul fronte industriale, Federacciai ha presentato una manifestazione di interesse per gli stabilimenti ex Ilva insieme a 14 imprese. La cordata guidata dal presidente Antonio Gozzi guarda agli impianti non coinvolti dal blocco dell’area a caldo e comprende anche Genova Cornigliano. Una partita ancora aperta, mentre cresce la preoccupazione per il lavoro e per il futuro industriale del Paese.
Ne parliamo con don Gian Piero Carzino, direttore dell’ARMO e coordinatore dell’Ufficio Lavoro, Problemi Sociali e Custodia del Creato.

Don Carzino, perché la vicenda di Taranto riguarda così da vicino anche Genova?
Perché non stiamo parlando semplicemente del futuro di uno stabilimento, ma del futuro della siderurgia italiana. Genova e Taranto sono realtà diverse, ma fanno parte della stessa storia industriale e oggi sono accomunate da una domanda fondamentale: vogliamo che l’Italia continui ad avere una produzione industriale di base oppure ci accontentiamo di trasformare prodotti che arrivano dall’estero?
È una questione che riguarda anche la nostra autonomia industriale. Un Paese che non produce più alcune materie prime e prodotti fondamentali diventa inevitabilmente dipendente da altri.
Il problema, però, è che la siderurgia tradizionale ha avuto un costo ambientale molto elevato.
Questo è un punto che non possiamo eludere. La tutela dell’ambiente e della salute viene prima di tutto e non possiamo tornare ai modelli produttivi del passato. Il “Tempo del Creato” che stiamo vivendo proprio in questo mese ce lo ricorda.
Dobbiamo affrontare il problema nella sua interezza. Se un grande sito industriale deve essere risanato, la bonifica e la messa in sicurezza hanno costi enormi. Non possiamo immaginare che tutto questo peso venga messo sulle spalle dell’imprenditore che dovrebbe anche acquistare lo stabilimento e investire nella nuova produzione.
La questione ambientale è una responsabilità che riguarda tutti, e in particolare il soggetto pubblico quando si parla di aree industriali strategiche.
Quindi lo Stato dovrebbe intervenire direttamente?
Credo che dobbiamo distinguere due questioni. Una è fare industria di Stato; un’altra è che lo Stato si assuma la responsabilità di risanare un patrimonio industriale e ambientale che appartiene alla storia del Paese.
Se un’area è fortemente compromessa dal punto di vista ambientale, prima ancora di chiedere a un imprenditore di investire bisogna creare le condizioni perché quell’investimento sia possibile.

Nel frattempo, però, l’interesse degli operatori industriali sembra concentrarsi sulle parti dello stabilimento che possono continuare a produrre senza l’area a caldo.
Ed è qui che dobbiamo porci una domanda seria. Se eliminiamo la produzione primaria e manteniamo soltanto laminazione e trasformazione, che cosa rimane della filiera?
Anche la trasformazione crea lavoro e valore. Ma una cosa è produrre acciaio e poi trasformarlo, un’altra è importare dall’estero il materiale di base e limitarci a lavorarlo. Il valore aggiunto si riduce e soprattutto perdiamo una parte della nostra capacità industriale.
È questo il rischio che vede anche per Genova?
Sì. Genova ha bisogno di continuare ad avere una prospettiva industriale. Cornigliano non può essere considerato semplicemente come un’area da destinare ad altre attività perché non siamo più capaci di fare acciaio. Bisogna invece capire quale siderurgia sia possibile nel futuro, con quali tecnologie e con quali condizioni.
La siderurgia elettrica, per esempio, è molto diversa da quella tradizionale, ma richiede enormi quantità di energia. E questo ci porta a un altro problema italiano: il costo dell’energia. Se vogliamo una siderurgia competitiva e più sostenibile dobbiamo affrontare anche questo problema.

L’intervista integrale su Il Cittadino n. 30