Se nell’ultima cena Gesù ci parla di politica

In dialogo con Don Bruno Bignami, Direttore Ufficio CEI per i problemi sociali e il lavoro

“L’anima della politica è il tutto – dice don Bruno Bignami – nel senso che o la politica ha un’anima o non è politica e diventa interesse personale, logiche di lobby, interessi particolaristici. Proprio della politica è la ricerca del bene, che significa rinunciare all’assolutizzazione del sé e raccordare le proprie esigenze con quelle degli altri. Spesso vediamo che le scelte politiche sono fatte per le prossime elezioni e non per le prossime generazioni. Talvolta anche noi cattolici preferiamo l’immagine della efficacia, una presenza massiccia che conta. È una visione mondana. Dimentichiamo che siamo lievito, chiamati a servire e far crescere il bene comune. È il grande patrimonio della Dottrina sociale della Chiesa. E tutto questo ce lo spiega l’evangelista Luca con il racconto dell’ultima cena: lì Gesù fa un discorso sulla politica”.

Don Bruno, il titolo del suo libro – “Dare un’anima alla politica” – sembra significare che la politica, quest’anima, l’ha persa. Quando e perché è successo?
L’anima della politica ce la siamo persa quando abbiamo iniziato a pensare che la politica fosse soprattutto polarizzazione e contrapposizione netta e non invece la capacità di visioni differenti di armonizzarsi e di cogliere istanze comuni. Questo è stato l’elemento cardine che ha abitato il periodo della Costituente, uno dei momenti più interessanti dove persone anche di estrazione le più differenti hanno dialogato per trovare una quadra rispetto a un progetto futuro di società, di paese e di bene comune. Quando tutto questo, gradualmente, è venuto meno nell’atto pratico, nelle scelte della politica, si è assolutizzata la visione partitica e si è perso di vista quello che è l’obiettivo generale. Tuttavia, non bisogna cedere ad una visione pessimistica: come ci ha ricordato per esempio il recente referendum sulla giustizia, rimane il sogno che certe scelte devono essere fatte assieme, che dobbiamo imparare ad ascoltarci di più.
Nel libro, il lievito diventa simbolo della presenza cristiana in politica, una presenza “serena e ferma, pacifica ed efficace” che fa fermentare tutta la pasta della società. Quanto è accolto questo ruolo, oggi, tra i politici cattolici?
L’immagine del lievito è tipicamente evangelica e questo ci fa già pensare, nel senso che le logiche di questo mondo difficilmente usano l’immagine del lievito, preferiscono l’immagine dell’acquisizione, del potere che avanza, dei numeri che salgono… Il lievito non sta a questa logica ma abita la realtà, la storia, facendo emergere e crescere il bene, ciò che è proprio dell’umano. Questa è la visione cristiana. Talvolta la perdiamo di vista anche in ambito cattolico: non tutti hanno questa visione di fondo del lievito che dà senso e fa lievitare tutta la pasta. Talvolta preferiamo l’immagine dell’efficacia, dei cattolici che devono essere presenti in maniera massiccia e contare. È una visione mondana. Serve invece una testimonianza così forte che è in grado di catalizzare e di essere generativa a lungo termine. Spesso vediamo che le scelte politiche sono fatte per le prossime elezioni e non per le prossime generazioni. Questo è un grande tema. Il lievito ha una prospettiva più ampia, una visione più profonda.

L’intervista integrale su Il Cittadino n. 23